Tutti gli eserciti del mondo e i loro satelliti hanno rivolto lo sguardo sulla Russia dal 19 al 21 maggio.
La Russia ha annunciato, quasi senza preavviso, che l’esercito russo avrebbe svolto per tre giorni esercitazioni militari delle sue forze nucleari. Qualche ora prima dell’arrivo del Presidente Putin in Cina, il ministero della Difesa russo ha annunciato un’esercitazione nucleare di un’ampiezza inedita.
Il ministero ha spiegato che questa esercitazione avrebbe mobilitato 64.000 uomini, 150 aerei da combattimento, più di 200 lanciamissili mobili, 73 navi da guerra e 13 sottomarini di cui 8 sottomarini strategici parte della flotta del Pacifico e della flotta del Nord.
“Dal 19 al 21 maggio, le forze armate della federazione Russa condurranno una esercitazione per preparare l’uso delle loro armi nucleari in caso di minaccia di aggressione”, ha dichiarato il ministero della Difesa, annunciando il lancio di almeno due missili balistici intercontinentali e diversi missili da crociera.
Ha anche precisato che l’esercitazione avrebbe affrontato la questione collegata all’utilizzo di armi nucleari dispiegate sul territorio bielorusso.
Prova di forza
Di solito, la Russia conduce le sue esercitazioni nucleari una volta l’anno, ad ottobre, con la regolarità di un orologio svizzero. L’annuncio di questa mega esercitazione non si ascrive nella solita grammatica nucleare.
Per gli osservatori questa esercitazione avviene in una data imprevista ed è di un’ampiezza inattesa. Sembra senza ombra di dubbio un messaggio di dimostrazione nucleare che vale come avvertimento per la NATO, per ricordare che quali che siano le difficoltà riscontrate in Ucraina, la Russia rimane una grande potenza.
Perché adesso? Dopo l’annullamento di gran parte della sfilata del 9 maggio per il timore di un attacco ucraino, la Russia aveva bisogno di un messaggio di potenza. Inoltre, la riuscita del lancio del nuovo missile balistico intercontinentale Samart ha dato un’accelerata nella decisione di svolgere queste esercitazioni fuori programma.
Potenza o debolezza?
Gli osservatori si interrogano. La Russia aveva portato avanti esercitazioni eccezionali nel maggio del 2014, dopo l’annessione della Crimea e nel 2022 prima dell’invasione dell’Ucraina. Dobbiamo dedurre che la Russia si lancerà in una nuova aggressione?
Poco probabile. Da più di quattro anni, da quando ha avuto inizio la guerra con l’Ucraina, Mosca agita regolarmente la minaccia nucleare, con il rischio di screditarsi.
Sfilata fantasma e attacchi massicci dell’Ucraina, compreso quello avvenuto per la prima volta in prossimità della capitale russa (nella notte del 16 e 17 maggio, la Russia è stata attaccata da almeno 600 droni ucraini che hanno causato la morte di quattro persone), Vladimir Putin ha senza dubbio la necessità di rassicurare i Russi sulle forze del suo Paese. Un militare avrebbe dichiarato che “questi annunci fanno più pensare a un animale ferito che vuole rassicurare il suo branco”.
Sotto sorveglianza
Alcuni analisti sostengono che si tratti innanzitutto di una dimostrazione di forza, visto che solo Stati Uniti e Cina in seno ai Paesi firmatari del Trattato di non Proliferazione Nucleare, possiedono la “triade” nucleare, e cioè, la capacità di lanciare armi nucleari da terra, dal cielo e dal mare.
La Russia invia il messaggio che ha ancora i mezzi per svolgere esercitazioni di grande respiro, al di là delle perdite inflitte dalla guerra in Ucraina.
Nonostante le difficoltà economiche e militari, della perdita di influenza in Venezuela, in Mali, in Iran, in Siria, la Russia mette in mostra la sua forza nucleare, in un momento dove regna la confusione, con un Presidente degli Stati Uniti che non riesce ad ottenere, finora, l’abbandono del nucleare da parte dell’Iran.
La dimostrazione ha permesso di mostrare i muscoli in contemporanea con la visita, in ricerca d’aiuto, di Putin a Pechino.
L’esercitazione si pone in una visione “allargata” di dissuasione che include la Bielorussia, dove Mosca ha istallato alcune armi nucleari.
Inclusa nell’esercitazione, la Bielorussia sembra voler giocare la sua partita in sordina. Le sue autorità avevano annunciato sui social media che l’esercitazione programmata non era diretta contro Paesi terzi e non costituiva una minaccia per la sicurezza regionale.
Per quanto spettacolare sia stata l’esercitazione, in realtà, ad oggi, le armi rivoluzionarie annunciate nel 2018 da Vladimir Putin, il velivolo ipersonico intercontinentale Avangard e il missile da crociera a propulsione nucleare Burevestnik, non sembrano ancora operativi.
Dopo la scadenza del Trattato New Start sulla limitazione delle testate nucleari tra Russia e Stati Uniti, il capo della diplomazia russa, Sergei Lavrov, aveva assicurato che il suo Paese avrebbe continuato ad osservare le limitazioni imposte ai suoi arsenali nucleari, a condizione che gli Stati Uniti facessero lo stesso.
La pericolosa caduta dei tabù
Putin ha invocato più volte la retorica nucleare da quando ha ordinato l’invasione dell’Ucraina nel 2022, ma non è l’unico leader di uno Stato dotato di armi nucleari a flirtare con l’uso di queste armi.
In un discorso ai giornalisti all’inizio di questo mese, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha detto che se il fragile cessate il fuoco con Teheran dovesse crollare, “dovrete guardare a un grande bagliore sopra l’Iran”.
Il suo commento è stato da tutti interpretato come un’allusione a un attacco nucleare.
Il fatto che i leader di due Stati con i più grandi arsenali nucleari siano così superficiali riguardo alla prospettiva di una guerra nucleare è il preoccupante segnale che il “tabù nucleare” non sia più forte come nei decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale.
Questa leggerezza non è ciò di cui il Mondo oggi ha bisogno. Il Mondo ha bisogno di un nuovo quadro di non proliferazione.
Poco più di 15 anni dopo il discorso dell’allora Presidente Barack Obama a Praga, che mostrava una visione del mondo libero dalle armi nucleari, le dinamiche globali della sicurezza nucleare si sono mosse unicamente nella direzione opposta.
Rimaneva un solo patto di controllo degli armamenti tra Stati Uniti e Russia, il New START, ma è scaduto lo scorso febbraio.
Il Presidente Trump ha annunciato un ritorno ai test nucleari statunitensi “su base di parità” con gli altri Paesi.
La Cina ha abbandonato la dottrina della “deterrenza nucleare minima” e si prevede che espanda il suo arsenale da 500 testate oggi a 1.500 entro il 2035.
La Corea del Nord si è affermata come Stato dotato di armi nucleari, e la strategia di copertura della Corea del Sud la lascia a soli mesi di distanza da una importante capacità di armamento previa approvazione parlamentare.
E la fine dell’accordo nucleare iraniano del 2015 ha spinto il Paese ad accelerare la produzione di uranio arricchito.
Allo stesso tempo, i recenti conflitti che coinvolgono Stati dotati di armi nucleari mettono in evidenza il potenziale di una escalation pericolosa. Non si parla solo degli attacchi congiunti USA-Israele contro le strutture nucleari iraniane nell’estate del 2025 e della guerra della Russia contro l’Ucraina, ma anche del conflitto armato tra India e Pakistan.
Questa tendenza solleva dubbi sulla attuabilità del Trattato di Non Proliferazione (TNP, accordo nato sotto l’egida delle Nazioni Unite al quale hanno aderito quasi tutti gli Stati del mondo tranne Corea del Nord, Pakistan, India e Israele), come principale strumento multilaterale mondiale per limitare la diffusione delle armi nucleari.
In un ordine globale sempre più fuorilegge e governato dalla politica delle grandi potenze, diventa imperativo guardare oltre al TNP (e del successivo Trattato sul Divieto delle Armi Nucleari, TPNW, del 2021) e immaginare un sistema alternativo di non proliferazione globale.
Reimmaginare la non proliferazione
Sullo sfondo dei fallimenti del TNP e TPNW, gli accordi regionali senza nuclei nucleari offrono una strada che gli analisti giudicano più praticabile per uno sforzo volto alla non proliferazione e al disarmo.
Un esempio può essere il Trattato di Tlalelolco, entrato in vigore nel 1968.
In quel trattato si evidenziavano l’America Latina e i Caraibi come prima zona al mondo libera da armi nucleari.
Dopo la crisi dei missili di Cuba del 1962, Washington e Mosca riconobbero la necessità di limitare l’escalation nucleare, creando un’opportunità per gli Stati della regione non dotati di armi nucleari di sfruttare con successo un raro allineamento di interessi tra Stati nucleari e non nucleari, per forgiare un trattato che riflettesse le proprie preferenze strategiche.
Pur rinunciando al diritto di perseguire armi nucleari, i governi latinoamericani hanno riconosciuto che gli accordi tra Stati non nucleari da soli avrebbe ridotto i rischi nucleari.
Hanno quindi cercato la partecipazione degli Stati dotati di armi nucleari che – poiché il trattato richiedeva limiti a dispiegamenti e test – detenevano di fatto il potere di veto sui propri termini.
Dopo lunghi negoziati, le potenze nucleari della Guerra Fredda concordarono di rispettare lo status della regione libera da armi nucleari, condividendo al contempo la tecnologia nucleare per uno sviluppo pacifico.
Due protocolli aggiuntivi rafforzarono questi impegni: il Protocollo I vincolava gli Stati con territori della regione – come Stati Uniti, Regno Unito e Francia – ad applicare lo status di denuclearizzazione ai loro territori, e il Protocollo II impegnava tutte le potenze nucleari dichiarate ad astenersi dall’uso o minaccia di usare armi nucleari contro le parti del trattato.
Per resistere alla pressione delle superpotenze, gli Stati latinoamericani negoziarono come un blocco unico.
Ovviamente sono sorti alcuni disaccordi interni, soprattutto sulle proposte di limitare il trasporto marittimo di armi nucleari nella regione, osteggiate da Washington.
La questione fu infine esclusa per preservare una posizione negoziale coesa, e i Paesi latinoamericani spostarono i dibattiti sul transito nucleare marittimo a colloqui separati in senso alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare.
Restringendo deliberatamente la loro agenda, i responsabili politici latinoamericani hanno creato un fronte unito capace di negoziare efficacemente con le potenze nucleari.
La loro esperienza dimostra che, quando gli attori non nucleari trovavo un terreno comune, possono costruire la leva collettiva necessaria per spingere le potenze nucleari verso visioni più inclusive della sicurezza regionale globale.
Verso un approccio regionale al disarmo
Il Trattato di Tlateloco ha ispirato trattati e iniziative simili in tutto il mondo, portando alla creazione di cinque zone separate libere da armi nucleari.
In mezzo a una rinnovata rivalità tra grandi potenze, offre un modello comprovato su come le potenze medie, come per esempio il Messico, possano sfruttare i cambiamenti geopolitici per guidare iniziative diplomatiche che influenzino la risposta della comunità internazionale alle sfide globali – come la minaccia nucleare e il cambiamento climatico – in un momento in cui la diplomazia multilaterale tradizionale è sempre più incapace di realizzare.
In effetti, il potenziale di queste zone è da tempo riconosciuto all’interno della comunità di non proliferazione.
Nel 2007, l’allora direttore dell’Amministrazione Internazionale per l’Energia Atomica, Mohamed El-Baradei, ha osservato che le cinque zone libere da armi nucleari coprono quasi “due terzi dei Paesi del mondo e praticamente l’intero emisfero sud. In pratica (…) costituiscono importanti primi passi per raggiungere un mondo privo di armi nucleari”.
È certo che gli accordi regionali che seguirono il Trattato di Tlateloco non ebbero molto successo nell’ottenere impegni vincolanti da parte delle potenze nucleari, e le regioni più volatili – come il Nord-est asiatico e il Medio Oriente – non hanno mai avuto un serio quadro d’insieme per contrastare la proliferazione.
Tuttavia, applicare le lezioni di Tlateloco per mettere in sicurezza le cinque zone esistenti libere da armi nucleari e per incrementare accordi regionali in altre parti del globo, rimane un primo passo essenziale verso la realizzazione di un mono un po’ meno armato.
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Jacqueline Rastrelli
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