Alla scoperta del criticoma: le esperienze sensoriali, motorie, sociali, culturali e ambientali che il cervello integra durante i periodi di plasticità sinaptica
Telefonini, tablet, pc e tv: ne spegni uno ma ne resta sempre un’altro acceso. Ormai sembra esserci poco da fare: i nostri bambini crescono immersi negli schermi. Ma che cosa succede al loro cervello? Una nuova revisione peer-reviewed, pubblicata su ‘Brain Health’, sostiene che le neuroscienze non hanno ancora trovato la parola giusta per descrivere quale sia il bersaglio di questo ‘bombardamento’.
Ebbene, secondo questo interessante lavoro, a cura di Michel Cuenod e Kim Q. Do del Centro di Neuroscienze Psichiatriche dell’Università di Losanna, e di Julio Licinio della SUNY Upstate Medical University, la parola giusta è ‘criticoma’. Si tratta dell’insieme completo delle esperienze sensoriali, motorie, sociali, culturali e ambientali che il cervello integra durante i periodi critici di plasticità sinaptica che vanno dalla fase prenatale fino a circa venticinque anni.
Ciò che entra diventa parte del cervello. Ciò che non entra, o entra in modo errato, non può essere facilmente recuperato. Gli autori non pretendono di sapere quale sia il frutto finale di un’infanzia satura del bombardamento di schermi. Ma offrono qualcosa di più utile per un campo che da tempo brancola nel buio: un quadro concettuale sufficientemente preciso per studiare questo fenomeno destinato, c’è da scommerci, a lasciare il segno su più di una generazione.
Cervello e criticoma, dalla disfunzione dell’età adulta ai disturbo dello sviluppo
E adesso passiamo alla psichiatria. I disturbi dello spettro autistico, la schizofrenia, il disturbo da stress post-traumatico, il disturbo depressivo maggiore e le sindromi culturalmente determinate vengono riconsiderati dagli autori come condizioni evolutive piuttosto che puramente sinaptiche.
Il quesito clinico si sposta. Non si tratta più soltanto di ciò che è danneggiato nel cervello adulto, ma di ciò che non è stato possibile integrare, o è stato integrato in modo errato, durante le finestre temporali cruciali. La schizofrenia, in quest’ottica, è legata a una maturazione alterata degli interneuroni parvalbumina-positivi nella corteccia prefrontale durante la tarda adolescenza. I traumi precoci alterano la risposta allo stress per tutta la vita.
“I dati ci dicono da anni che la schizofrenia è un disturbo dello sviluppo, non un disturbo della sinapsi adulta”, sottolinea Michel Cuenod, coautore presso il Centro di Neuroscienze Psichiatriche dell’Università di Losanna. “La difficoltà è sempre stata quella di articolare cosa fosse andato storto e quando. Il concetto di criticoma ci fornisce una cornice per affrontare questa questione”.
La depressione e i gemelli
L’analisi sulla depressione maggiore si basa su un sorprendente esperimento condotto da Kenneth Kendler e Lindon Halberstadt. I due ricercatori hanno intervistato quattordici coppie di gemelli monozigoti cresciuti insieme, ma nettamente discordanti per quanto riguarda la depressione maggiore nel corso della vita. Pur avendo lo stesso genotipo e la stessa famiglia d’origine, il gemello affetto portava quasi sempre il peso di una rottura relazionale, talvolta casuale, talvolta causata da un temperamento leggermente più impulsivo che si era irrigidito nel corso dei decenni, dando origine a una vita divergente. Kendler e Halberstadt hanno definito questo lento processo di amplificazione “continuità cumulativa”.
La prospettiva del “criticoma” colloca questa scoperta in un quadro meccanicistico: l’impalcatura sociale integrata durante la prolungata finestra prefrontale della tarda adolescenza è di per sé fondamentale per la regolazione dell’umore in età adulta.
Sei meccanismi nel cervello, un unico apparato
Sei meccanismi neurobiologici costituiscono il fondamento di questo quadro: la regolazione GABAergica attraverso interneuroni parvalbumina-positivi, le reti perineuronali attorno alle cellule a scarica rapida, la mielinizzazione progressiva dei circuiti corticali, la regolazione epigenetica dipendente dall’esperienza, la maturazione neuromodulatoria e la potatura sinaptica durante lo sviluppo.
Gli autori considerano proprio la potatura sinaptica come un sesto pilastro. Fino a metà delle sinapsi corticali viene eliminata durante l’infanzia e l’adolescenza. Ciò che viene potato non può essere recuperato. Ciò che resta diventa il substrato della cognizione adulta.
Esiste un antico proverbio brasiliano che aiuta a capire il fenomeno: “Papagaio velho não aprende a falar” (un vecchio pappagallo non impara a parlare). Si apre una finestra. Un codice viene assorbito. La finestra si chiude, dopodiché, l’acquisizione diventa faticosa e incompleta.
La stessa plasticità, ma in due direzioni
Ma c’è di più. I periodi critici sono a doppio taglio. Lo stesso meccanismo che ha permesso a Mozart di emergere da un’infanzia satura di relazioni armoniche ha prodotto i ritardi dello sviluppo documentati negli orfanotrofi rumeni. Così come l’architettura contemplativa instaurata quando Lhamo Dhondup fu riconosciuto come il Dalai Lama all’età di due anni e immerso nella meditazione. La rassegna elenca anche pratiche oscure: la Hitlerjugend nazista sfruttò deliberatamente la plasticità del periodo critico. I conflitti attuali stanno integrando violenza e sradicamento nei bambini in tempo reale, con conseguenze – si teme – a lungo termine.
La questione schermi per gli esperti è il problema centrale. I bambini e gli adolescenti oggi assorbono esperienze mediate dagli schermi a livelli mai visti prima, proprio durante i periodi in cui il criticoma è più malleabile. Gli autori non pretendono di sapere quale tipo di criticoma si stia formando in queste condizioni. Sostengono però che la questione sia urgente.
“Abbiamo scritto questo lavoro per il clinico che si pone le domande giuste pur non avendo ancora il vocabolario adatto”, spiega Julio Licinio, coautore, professore emerito presso la State University of New York, Upstate Medical University, nonché editore di Genomic Press. “È un lavoro pensato anche per l’educatore che si interroga sul perché l’insegnamento di una seconda lingua funzioni molto meglio a cinque anni che a quindici, e per il responsabile politico che cerca di capire perché gli investimenti nella prima infanzia producano i risultati che sappiamo. Il fatto è che si tratta della stessa domanda”. E allora che cosa sta succedendo al cervello dei nostri bambini?
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