Attenzione: l’articolo contiene anticipazioni sul film.
Al cinema di Gavirate eravamo in tre, ma Omero era presente almeno in quattro. C’eravamo io, mia moglie e mio figlio, che ha appena frequentato la prima liceo scientifico e ha studiato l’Odissea. Questa estate andremo insieme in Grecia e vedere il film di Christopher Nolan era anche un modo per cominciare il viaggio prima di partire. La quarta presenza era mia suocera. Omero, in famiglia, è soprattutto una sua ossessione. Per tenere allenata la memoria recita ogni giorno passi dell’Iliade. Dell’Odissea ricorda bene “soltanto” il proemio!
Ho rivisto il film questo fine settimana. Alla prima visione si segue necessariamente l’avventura: si cercano i personaggi conosciuti, si confronta il film con il poema, si aspetta Polifemo, si riconoscono Circe, Calipso, le Sirene, Scilla e Cariddi. Si cerca di capire dove Nolan abbia spostato un episodio, eliminato un dio o modificato il racconto. La seconda volta, sapendo già dove la nave sarebbe approdata, ho potuto osservare meglio “le correnti”. E mi sono accorto che dentro il grande spettacolo Nolan ha nascosto due riflessioni molto contemporanee. La prima riguarda la guerra. La seconda riguarda l’intelligenza artificiale. E tutte e due entrano nel film attraverso lo stesso oggetto: il cavallo di Troia.
Non è l’uomo che torna dalla guerra
L’Odissea è normalmente raccontata come la storia di un uomo che torna dalla guerra. Nolan sembra raccontare qualcosa di più inquietante: la storia della guerra che torna a casa dentro un uomo. La porta con sé nei ricordi interrotti, nei sensi di colpa, nella paura di essere riconosciuto e perfino nel desiderio segreto di non arrivare mai a Itaca. Il viaggio è anche il tentativo di rinviare il momento nel quale dovrà guardare ciò che la guerra ha fatto di lui.
Nolan introduce nel racconto i misteriosi “popoli del mare”, associati storicamente al collasso delle civiltà del Mediterraneo orientale alla fine dell’età del bronzo. Nel film vengono evocati come una minaccia esterna: predoni senza volto che arrivano dall’orizzonte, distruggono le città e interrompono i commerci. Per gran parte della storia sembrano essere gli altri. Poi Penelope pronuncia la frase che cambia il significato di tutto: “Siete voi i popoli del mare”. Sono i Greci. Sono gli uomini partiti per conquistare Troia e poi dispersi nel Mediterraneo, portando con sé la violenza che ora attribuiscono a un nemico sconosciuto. Il nemico potrebbe essere ciò che una civiltà è diventata.
È difficile non pensare al nostro presente. Ogni guerra ha bisogno di convincerci che la distruzione venga sempre dall’altra parte. Che la violenza sia stata iniziata da qualcun altro. Che ciò che facciamo noi sia soltanto risposta, difesa, necessità o prevenzione. Nolan rovescia la prospettiva. I distruttori delle città sono gli stessi uomini che temono la distruzione della propria.
Il primo patto spezzato
Nel film il peccato originale di Odisseo non è l’accecamento di Polifemo. È il cavallo di Troia. Il cavallo viene normalmente celebrato come l’esempio definitivo della sua intelligenza. Per Nolan è invece il gesto che spezza un patto fondamentale. Gli abitanti di Troia accolgono il cavallo come un dono per Atena. Odisseo trasforma quell’accoglienza nello strumento della loro distruzione. È la violazione della legge dell’ospitalità, il legame sacro che impone di accogliere lo straniero perché potrebbe essere un dio sotto mentite spoglie. Come dice Odisseo nel film, i Greci hanno violato ciò che esiste di più sacro tra le persone. Il cavallo rende per sempre sospetto ogni dono e pericolosa ogni forma di fiducia. Quando Odisseo torna finalmente a Itaca e massacra i pretendenti, la sua casa diventa un’altra Troia. Cambiano le mura, cambiano le vittime, ma la logica è la stessa. L’uomo che desiderava tornare a casa porta a casa il metodo con cui aveva distrutto la città nemica.
Nolan trasforma così l’epica del ritorno in un film radicalmente contro la guerra. La sua Odissea non parla soltanto di coraggio, astuzia e resistenza. Parla del modo in cui la violenza si trasferisce nei reduci, nelle famiglie, nelle generazioni e nelle società che credono di averla lasciata alle spalle. Una lettura riconosciuta anche nelle prime analisi critiche del finale, che descrivono il film come una reinterpretazione apertamente anti-bellica del mito.
Il cavallo è fatto di vetro
Il secondo significato del cavallo di Troia è arrivato fuori dal film, durante la sua promozione. A Christopher Nolan è stato chiesto se l’intelligenza artificiale potesse essere considerata il cavallo di Troia del nostro tempo: qualcosa che accogliamo per i vantaggi che promette e che può portare con sé conseguenze molto più profonde. La risposta del regista è stata precisa: “L’intelligenza artificiale è un cavallo di Troia nel quale tutti sanno che ci sono i Greci. È un cavallo trasparente, fatto di vetro”. È un’immagine ancora più inquietante del cavallo originale. I Troiani potevano almeno sostenere di non sapere. Noi no.Vediamo la tecnologia, conosciamo la velocità con cui si sta sviluppando, intuiamo quali attività potrà sostituire e sappiamo che le aziende che ce la consegnano hanno interessi economici enormi. Eppure apriamo ugualmente le porte. Non perché siamo ingenui, ma perché i doni sono veri.
L’intelligenza artificiale ci aiuta a cercare informazioni, tradurre, riordinare pensieri, analizzare dati, programmare, scrivere e creare. Non avrebbe senso negarne il valore o immaginare di fermarla. Nolan stesso non sostiene che la tecnologia debba essere rifiutata: invita a guardarla con scetticismo e a interrogarsi anche sulle intenzioni di chi la mette nelle nostre mani.
Quelli che sapevano scrivere
È qui che le ultime battute del film assumono un significato sorprendentemente contemporaneo. Odisseo annuncia che, dopo il collasso della loro civiltà, le storie di Troia saranno cantate. Penelope gli domanda perché abbia utilizzato proprio quella parola: cantate. Odisseo risponde: “Perché i canti saranno tutto ciò che avranno per ricordare quelli di noi che sapevano scrivere”.
Il riferimento storico è chiaro. Dopo il collasso della civiltà micenea, la scrittura scomparve in gran parte dalla Grecia. Nolan parla di circa quattrocento anni di oscurità tra il mondo narrato e quello nel quale Omero avrebbe raccolto storie tramandate fino ad allora oralmente dai cantori. Ma ascoltata oggi, nel tempo dell’intelligenza artificiale generativa, quella frase produce un’altra domanda. E se questa volta la scrittura non scomparisse? E se accadesse esattamente il contrario? Potremmo trovarci immersi nella più grande quantità di parole mai prodotta nella storia umana. Messaggi, presentazioni, articoli, relazioni, romanzi, poesie e canzoni generati in pochi secondi. Forse non scompariranno i testi. Potrebbero scomparire, lentamente, quelli che sapevano scriverli.
Scrivere non è produrre un testo
Scrivere non significa soltanto collocare parole corrette nell’ordine giusto. Significa cercarle. Significa cominciare una frase senza sapere ancora dove finirà. Cancellare una parola perché non corrisponde esattamente a ciò che sentiamo. Accorgersi, mentre scriviamo, che il pensiero iniziale era debole, incompleto o falso, o noioso. Molte volte non scriviamo ciò che pensiamo. Scopriamo ciò che pensiamo mentre proviamo a scriverlo. L’intelligenza artificiale può abbreviare enormemente questo percorso. Il rischio comincia quando non abbrevia più il percorso, ma lo sostituisce. Quando deleghiamo la frase, possiamo delegare anche una parte del pensiero che avrebbe dovuto generarla.
Non credo che Nolan abbia dichiarato che il dialogo finale del film parli direttamente di intelligenza artificiale. Questa è una mia interpretazione, ma il finale del film la sostiene.L’ultima profezia di Odisseo è: “Una nuova alba sorgerà sul mondo oscurato, quando i nostri errori saranno ancora una volta dimenticati.” Non dice che il mondo non rinascerà. Dice che rinascerà dimenticando.
Mia suocera aveva già capito
Alla fine, sono tornato a pensare a mia suocera. Ogni giorno recita l’Iliade per tenere allenata la memoria. Non si limita a conservare il testo in un libro o a sapere dove trovarlo. Lo richiama dentro di sé, lo rimette in movimento, costringe le parole a passare ancora una volta attraverso la voce. La memoria non è un archivio. È una facoltà che esiste finché viene esercitata. Lo stesso vale per la scrittura, per il pensiero e forse per la civiltà. Una capacità umana non scompare necessariamente perché qualcuno la proibisce. Può scomparire semplicemente perché diventa più comodo non usarla.
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