A volte l’anima gemella arriva in maniera totalmente inaspettata, anche quando si tratta di business. Banyan Biotech nasce dall’incontro tra due professioniste – Lucia Zaccardi e Alessia Forzina – che lavoravano nella stessa azienda farmaceutica, in Svizzera. A metterle sullo stesso progetto sono stati i rispettivi responsabili, senza immaginare che quella collaborazione avrebbe portato, qualche anno dopo, alla nascita di una startup biotech.
La sintonia professionale è stata immediata. Durante una delle loro conversazioni, Forzina condivide con Zaccardi un’idea scientifica legata all’osteoartrosi e alla possibilità di sviluppare un nuovo prodotto farmaceutico. E quella che inizialmente sembrava un’idea destinata a rimanere tale innesca, invece, l’inizio di un percorso che porta alla fondazione di Banyan Biotech, e una visione industriale chiara: trasformare una scoperta scientifica in una piattaforma terapeutica scalabile e superare l’attuale paradigma terapeutico della causa più frequente di dolori alle articolazioni.
Dalla sicurezza di un lavoro in Svizzera alla costruzione di Banyan
La decisione di fondare Banyan ha significato lasciare due posizioni consolidate e ben retribuite in Svizzera per dedicarsi interamente a un progetto ancora privo di dati sufficienti, capitali e garanzie di successo. Una scelta che entrambe descrivono come un salto nel buio, ma anche come la possibilità di non lasciare irrealizzato un progetto nel quale avevano iniziato a riconoscersi profondamente.
«Quando fondi una startup, diventa una parte della tua famiglia che cerchi di far crescere», racconta Zaccardi. «Hai sempre la testa sul progetto, perché non è soltanto un lavoro: è molto di più».
Le due fondatrici hanno finanziato personalmente le prime attività, compresa la fase di sperimentazione in vitro, per poi ottenere il sostegno di Berrier Capital, che ha investito 1 milione di euro nella startup.
Oggi Forzina e Zaccardi lavorano a tempo pieno su Banyan e reinvestono nel progetto le risorse disponibili. «Tutto ciò che riceviamo viene utilizzato per i protocolli, i brevetti, gli studi e le attività necessarie allo sviluppo. Ogni movimento ha un costo, anche la partecipazione ai congressi scientifici e agli eventi nei quali è fondamentale incontrare potenziali partner».
Il biotech è un settore nel quale i capitali, necessari, devono arrivare molto prima della possibilità di generare ricavi. La difficoltà iniziale consiste proprio nel dover convincere gli investitori quando i dati sono ancora limitati, sebbene siano necessarie risorse consistenti per produrre quelli successivi.
Dall’idea ai trial preclinici
«La fase più difficile è la partenza», osserva Zaccardi. «Non hai ancora i dati perché ti servono i soldi per fare i test, ma per ottenere i soldi ti vengono chiesti proprio quei dati. Abbiamo aperto la società, finanziato lo studio in vitro con capitali nostri e iniziato a costruire credibilità un passo alla volta».
A questo percorso hanno contribuito, oltre all’ingresso di Berrier Capital, la selezione in programmi e iniziative come UniCredit Start Lab, Startup Breeze e alcuni percorsi promossi da realtà nazionali come Assolombarda e internazionali come Helth Tech US. Ogni riconoscimento – raccontano le fondatrici – rappresenta un ulteriore “mattoncino” nella costruzione della credibilità necessaria a sostenere un programma di sviluppo farmaceutico.
Lucia Zaccardi e Alessia Forzina si dividono formalmente i ruoli di CEO e CSO, ma descrivono una gestione fondata soprattutto sulla complementarità, e sono affiancate da un board internazionale che comprende esperti di osteoartrosi e biologia muscoloscheletrica, ortopedici e specialisti in riabilitazione, coinvolti nel confronto sulla metodologia e sul percorso traslazionale.
Zaccardi ha progressivamente acquisito competenze nella costruzione di business plan, budget, strategie finanziarie e relazioni con investitori e istituzioni; Forzina mantiene il presidio scientifico del progetto, dal disegno degli studi alla valutazione dei dati. Quando le risorse non consentono di affidare un’attività all’esterno, entrambe intervengono direttamente, occupandosi anche del sito, della comunicazione e degli aspetti organizzativi.
«Siamo due persone che fanno il lavoro che, normalmente, richiederebbe un’intera azienda farmaceutica con team dedicati», spiega Forzina. «Non parliamo quasi mai al singolare: parliamo sempre di noi. Discutiamo, naturalmente, ma il confronto non serve a far prevalere una sull’altra. Serve a trovare la soluzione migliore».
Osteoartrosi del ginocchio: oltre il controllo del dolore
Il principale programma terapeutico di Banyan è BNBT_001, un candidato farmaco destinato al trattamento dell’osteoartrosi del ginocchio, patologia cronica e degenerativa causata dal progressivo consumarsi della cartilagine che ricopre le estremità delle ossa a livello delle articolazioni.
L’osteoartrosi del ginocchio è ancora affrontata prevalentemente attraverso analgesici, antinfiammatori, corticosteroidi e acido ialuronico: interventi che possono controllare i sintomi ma che non modificano i processi biologici alla base della progressione della malattia.
L’obiettivo di Banyan è sviluppare un trattamento con potenziale disease-modifying, capace quindi non soltanto di intervenire sul dolore e sull’infiammazione, ma anche di proteggere la cartilagine, sostenere la matrice extracellulare e rallentare l’evoluzione della patologia.
Una prospettiva particolarmente rilevante in un’area terapeutica caratterizzata da un bisogno clinico ancora ampiamente insoddisfatto e destinata a coinvolgere una popolazione crescente, anche a causa dell’invecchiamento, della diffusione delle patologie metaboliche e dell’aumento degli interventi articolari legati allo sport e all’usura.
BNBT_001 combina un principio attivo con un sistema proprietario di incapsulamento, sviluppato per permettere un rilascio locale, controllato e prolungato all’interno dell’articolazione.
Il progetto ha attraversato una prima fase di validazione in vitro, seguita da uno studio preclinico in vivo su un modello animale.
Per questa fase, Banyan ha scelto di non partire dal roditore, come avviene frequentemente negli studi preliminari, ma direttamente dal coniglio, la cui articolazione presenta caratteristiche considerate più vicine a quelle umane. Una decisione più complessa e costosa, sia dal punto di vista sperimentale sia nella costruzione del protocollo.
«Eravamo consapevoli di percorrere la strada più difficile», spiega Forzina. «L’abbiamo fatto per ottenere un dato che potesse avvicinarsi maggiormente alla futura traslazione nell’essere umano. Era una scelta rischiosa, ma i risultati ci hanno dato il via libera per proseguire».
BNBT_001, un approccio terapeutico innovativo
BNBT_001 è risultato ben tollerato e ha mostrato segnali incoraggianti di attività biologica: riduce la degradazione cartilaginea e migliora il profilo istopatologico. Si tratta di risultati preclinici che dovranno essere confermati negli studi successivi e, in seguito, nella sperimentazione clinica, ma che sostengono il razionale del candidato terapeutico progettato per agire localmente nell’articolazione del ginocchio. «Uno degli elementi più importanti è avere già ottenuto indicazioni positive sulla tollerabilità e sulla sicurezza locale», continua Forzina.
«Abbiamo inoltre osservato endpoint promettenti non soltanto sul dolore, ma anche sull’effetto biologico a livello della cartilagine. È su questo secondo elemento che si gioca la possibilità di sviluppare un vero candidato disease-modifying».
Il prossimo passaggio sarà un secondo studio preclinico, più ampio, necessario a completare la caratterizzazione farmacologica e preparare il trasferimento alla sperimentazione sull’essere umano.
Le caratteristiche dello studio preclinico
Tra le decisioni che hanno caratterizzato il disegno dello studio preclinico vi è l’inclusione di animali di entrambi i sessi, elemento utile per osservare potenziali differenze nello sviluppo della patologia e nella risposta al trattamento, in linea con la crescente attenzione della ricerca traslazionale alle variabili biologiche che possono influenzare l’evoluzione dell’osteoartrosi (ne abbiamo parlato qui).
Anche in questo caso, la scelta non era la più semplice. L’utilizzo infatti soltanto di animali maschi avrebbe ridotto la variabilità biologica e semplificato l’analisi statistica, ma «riteniamo che la scelta fatta renderà più solida la futura traslazione nella clinica umana», racconta Forzina.
Le analisi preliminari hanno evidenziato differenze tra maschi e femmine. I dati non sono ancora sufficienti per trarre conclusioni definitive, sottolineano le fondatrici, ma aprono interrogativi potenzialmente rilevanti anche rispetto alla dose e alla risposta al trattamento. «Il punto di partenza e l’evoluzione della patologia sembrano diversi», precisa Forzina, ricordando che i risultati completi dovranno essere sottoposti a pubblicazione scientifica. «Siamo ancora in una fase preliminare e dobbiamo svolgere ulteriori indagini, ma in futuro potremmo persino arrivare a valutare dosaggi differenti. Sarebbe un’applicazione concreta di quella medicina di precisione di cui si parla molto, ma che non sempre viene tradotta nella ricerca».
Dal “vestito” del farmaco a una piattaforma industriale
Accanto al farmaco, Banyan ha sviluppato anche una piattaforma brevettata di nanocarrier, nata inizialmente per rispondere alle necessità del candidato terapeutico principale. Il principio attivo richiede, infatti, un sistema capace di trasportarlo in modo sicuro all’interno dell’articolazione, preservandone le caratteristiche e consentendo un rilascio adeguato.
Ma durante lo sviluppo, le fondatrici hanno compreso che la soluzione poteva avere applicazioni più ampie. «Il carrier è nato come il vestito del nostro farmaco», spiega Forzina. «Successivamente, però abbiamo scoperto che poteva diventare il vestito di molti altri principi attivi con caratteristiche chimico-fisiche compatibili. Da qui è nata la decisione di proteggerlo con un secondo brevetto e di costruire un possibile percorso industriale autonomo».
La piattaforma è stata progettata per incapsulare principi attivi sia idrofili sia lipofili e per supportare formulazioni parenterali. Uno degli aspetti sui quali Banyan ha lavorato fin dall’inizio è la trasferibilità del processo dal laboratorio alla produzione su scala maggiore, un passaggio che spesso rappresenta una difficoltà non presa in considerazione per tecnologie nate in contesti accademici o sperimentali. «Molte soluzioni funzionano nella ricerca e sviluppo, ma diventano difficili da produrre su larga scala», racconta. «Noi abbiamo costruito il carrier pensando già al futuro e cercando un processo semplice, riproducibile e basato su apparecchiature disponibili sul mercato».
Il metodo produttivo richiede infatti componenti già regolamentati con costi contenuti e una complessità tecnica limitata. Questo potrebbe tradursi sia in una maggiore scalabilità sia nella possibilità di concedere in licenza la tecnologia ad aziende farmaceutiche interessate a migliorare la formulazione e il rilascio di altri principi attivi.
Il modello di Banyan si sviluppa così su due livelli: da una parte una terapia innovativa proprietaria per l’osteoartrosi, dall’altra una tecnologia abilitante potenzialmente utilizzabile in partnership con altri operatori industriali.
Verso gli Stati Uniti e oltre
Per sostenere il completamento della fase preclinica e preparare il successivo percorso regolatorio, la startup guarda soprattutto agli Stati Uniti. L’obiettivo è avviare il confronto con la Food and Drug Administration, predisporre il percorso necessario alla presentazione di una Investigational new drug application e costruire relazioni con investitori, aziende farmaceutiche e centri clinici.
«Negli Stati Uniti abbiamo trovato un ambiente molto proattivo», racconta Zaccardi. «Gli investitori sono veloci, entrano direttamente nel merito del mercato e del percorso di sviluppo. È l’atmosfera che cerchiamo in questa fase, perché per completare gli studi servono capitali importanti, ma anche competenze e interlocutori capaci di comprendere il valore del progetto».
La strategia di lungo periodo prevede di sviluppare BNBT_001 fino alla fase II, nella quale sarà possibile ottenere dati clinici più solidi su sicurezza ed efficacia, per poi valutare una partnership o un’operazione di exit con un’azienda farmaceutica in grado di sostenere gli investimenti necessari per la fase III e l’eventuale ingresso sul mercato. Nel frattempo, Banyan continua a essere costruita quotidianamente dalle sue due fondatrici, attraverso una combinazione di rigore scientifico, adattamento e capacità di trovare soluzioni anche quando le risorse non sembrano sufficienti.
«Non sappiamo ancora dove ci porterà questo percorso tra cinque anni», concludono Forzina e Zaccardi. «Sappiamo però che saremo orgogliose di aver avuto il coraggio di provarci, senza lasciare che il nostro progetto restasse chiuso in un cassetto. La nostra forza è aver costruito Banyan insieme, affrontando ogni nuova sfida con determinazione e trasformando, passo dopo passo, un’idea scientifica in uno sviluppo concreto».
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Nicole Ticchi
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