D’Urso: “Una Sapienza laboratorio permanente per Roma”


Pierpaolo D’Urso, professore ordinario di Statistica e Preside della Facoltà di Scienze politiche, Sociologia e Comunicazione, corre per la guida della Sapienza nel sessennio 2026-2032. In una sfida che lo vede tra i candidati più accreditati per il ballottaggio, propone un cambio di passo nella gestione dell’ateneo: «più ascolto e partecipazione reale», maggiore trasparenza e una governance meno frammentata. Dalla rivoluzione digitale all’emergenza abitativa, passando per il nuovo policlinico e il rapporto con le istituzioni, D’Urso delinea una Sapienza «laboratorio permanente per Roma», più forte e autorevole anche sul piano internazionale.

Si parla di lei e di Fabio Lucidi come dei due candidati favoriti per arrivare al ballottaggio. Si riconosce in questa lettura o pensa che il voto della comunità accademica sia molto più aperto di quanto dicano i pronostici?

“Ringrazio chi mi considera uno dei favoriti, è una valutazione che accolgo con rispetto. Tuttavia, da statistico, sono abituato a distinguere i dati dalle impressioni e, in questa fase, preferisco non trasformare valutazioni e percezioni in pronostici. In una comunità ampia, plurale e articolata come quella di Sapienza, credo che sia giusto lasciare alla comunità stessa ogni valutazione, sulla base dei programmi, delle proposte e della capacità di interpretare le esigenze dell’ateneo. La mia priorità è il bene di Sapienza con i suoi tre pilastri: studenti, docenti e personale tecnico-amministrativo e bibliotecario”.

Qual è la principale critica che rivolge alla gestione attuale della Sapienza? Durante la presentazione del suo programma le critiche non erano nemmeno troppo velate.

“In ogni azione di governo ci sono aspetti positivi e altri che non hanno pienamente risposto alle aspettative. Le criticità che indico non esprimono giudizi personali, ma riflettono esigenze e istanze emerse dall’ascolto delle persone. Credo che occorra partire dal rafforzamento del senso di comunità: più ascolto e partecipazione reale, maggiore centralità degli organi collegiali, trasparenza nei criteri e nell’allocazione delle risorse e responsabilità chiare nei processi decisionali”.

Quali sono i temi che considera centrali?

“Intanto la frammentazione dell’internazionalizzazione, da superare attraverso l’istituzione di un office of global engagement centrale e altamente professionale, e la gestione delle strutture sanitarie nelle quali si svolge la formazione dei medici specialisti: su queste ultime Sapienza deve esercitare con maggiore forza il proprio ruolo istituzionale, a tutela della qualità della didattica, della ricerca, dell’assistenza e della formazione specialistica”.

Lei ha parlato di una rivoluzione digitale dell’ateneo: qual è la prima cosa che cambierebbe concretamente e in quanto tempo sarebbe possibile farlo?

“Occorre partire dal superamento della frammentazione digitale, mettendo in comunicazione sistemi informativi, dati e competenze, attraverso un’infrastruttura di ateneo per la data science e un Sapienza Data Commons. È un percorso che richiede gradualità, sicurezza e regole condivise: nei primi 6-12 mesi avvierei l’architettura comune e i primi servizi ad alto impatto, insieme al rafforzamento della sicurezza informatica. L’obiettivo non è soltanto digitalizzare i processi che incidono direttamente sulla vita della comunità, ma usare dati e intelligenza artificiale per semplificare le procedure e migliorare concretamente ricerca, didattica, servizi”.

La burocrazia è uno dei problemi più sentiti da docenti, ricercatori e studenti. Qual è la procedura che abolirebbe o semplificherebbe per prima?

“Avvierò una revisione sistematica degli adempimenti, eliminando duplicazioni e passaggi che non producono reale valore aggiunto, mantenendo controlli e garanzie necessari. Un principio guida sarà quello del ‘once only’: le informazioni già disponibili all’ateneo non devono essere richieste o inserite più volte. Partirò dalla didattica, semplificando procedure e adempimenti che sottraggono tempo alla qualità dell’insegnamento e al rapporto con gli studenti. Lo stesso principio deve valere per la ricerca”.

Che rapporto vorrebbe costruire con gli studenti?

“Diretto, stabile e fondato sull’ascolto, perché non sono semplici destinatari della didattica: sono un pilastro della nostra comunità e i primi destinatari della missione formativa di Sapienza. Se sarò eletto rettore, gli studenti saranno tra i protagonisti della vita e delle scelte dell’ateneo attraverso il Consiglio degli Studenti, un confronto continuo con la governance e un prorettore alle politiche studentesche individuato in dialogo con le loro rappresentanze. Questo rapporto dovrà tradursi in risultati concreti: diritto allo studio, welfare e inclusione, spazi e servizi, sostegno psicologico, residenzialità, sport e una vita universitaria più ricca”.

A Roma affittare una stanza costa in media 615 euro, il 7% in più dello scorso anno. In che modo l’università deve farsi carico del problema degli alloggi?

“Promuovendo un tavolo permanente e operativo con Regione, DiSCo Lazio, Comune e tutte le sedi universitarie di Sapienza per aumentare l’offerta di posti letto, anche attraverso la valorizzazione di immobili pubblici e privati inutilizzati. Occorre cogliere direttamente anche le opportunità offerte dai significativi finanziamenti statali per l’housing universitario e dal Piano Casa. E insieme agli altri atenei romani, Sapienza può e deve contrastare con decisione gli affitti irregolari e favorire contratti a canone calmierato. Se sarò eletto rettore, istituirò uno ‘Sportello casa di ateneo’ per l’informazione, l’orientamento e l’assistenza legale”.

Quant’è importante, ora, la questione del policlinico? Come pensa di gestirla, eventualmente?

“Sul nuovo policlinico sarà fondamentale governare con attenzione la transizione: cronoprogramma, sicurezza dell’esistente, responsabilità manutentive e destinazione a didattica e ricerca degli edifici che resteranno. Occorre inoltre invertire il trend di progressiva riduzione del personale medico e riequilibrare il rapporto tra personale universitario e sanitario, rafforzando la componente universitaria, essenziale per garantire pienamente ricerca, didattica e formazione specialistica. E, più in generale, bisogna rafforzare l’interlocuzione con la Regione attraverso un prorettore alla Medicina”.

La Sapienza è una delle istituzioni più grandi di Roma: quale ruolo dovrebbe avere nella trasformazione della città?

“Sapienza è una città nella città e, al tempo stesso, una grande infrastruttura a rete della conoscenza. Insieme al Comune, alla Regione e al sistema produttivo, l’ateneo può contribuire alla rigenerazione urbana, dalla mobilità agli studentati, dal recupero del patrimonio alla qualità degli spazi, attivando sinergie tra ricerca e istanze sociali, culturali ed economiche del territorio. La mia visione è una Sapienza laboratorio permanente per Roma, capace di trasformare conoscenza in sviluppo urbano, sociale, culturale ed economico”.

E che rapporto vorrebbe costruire con Comune e Regione?

“Stabile, paritario, fondato su un forte spirito di collaborazione, sulla condivisione degli obiettivi e sulla partecipazione attiva alla definizione delle politiche che riguardano l’università e il suo rapporto con il territorio. Sapienza, per dimensioni, competenze e ruolo pubblico, deve essere protagonista nell’elaborazione di proposte per Roma e per il Lazio. Il rettore deve svolgere una forte funzione di advocacy e di iniziativa politica, costruendo convergenze istituzionali capaci di trasformare proposte e bisogni in scelte, risorse e progetti concreti”.

Se arrivasse al ballottaggio contro Lucidi, che cosa direbbe agli elettori che oggi sostengono gli altri tre candidati per convincerli a votare lei?

“Il mio stile, fin dal primo giorno di questa campagna, è stato quello del dialogo, dell’ascolto e della partecipazione. Ed è proprio perché questo è il metodo in cui credo che nel nostro progetto ci sia spazio anche per chi al primo turno ha scelto un altro candidato. La mia visione è che Sapienza sia sempre più un faro internazionale di cultura e conoscenza capace di valorizzare le sue eccellenze, un ateneo autonomo e autorevole, governato con ascolto, competenza, trasparenza e partecipazione, che investa nelle persone, nella ricerca e nella formazione e sappia anticipare il futuro con innovazione, internazionalizzazione e sostenibilità”.


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