«La mia scuola è una risorsa»


A 69 anni la campanella dell’Inps è suonata anche per lui. Peppino Loddo va in pensione: dopo una vita trascorsa a manifestare con gli studenti e gli insegnanti per una scuola migliore, interminabili riunioni alla Cgil, l’insegnamento in svariate scuole elementari di piccoli paesi e la dirigenza scolastica di un liceo classico prestigioso come il “Siotto”, che sotto la sua gestione era il primo a Cagliari per numero di iscritti e attività. L’ultimo passo è stato l’impegno come ispettore scolastico per un triennio e l’ingresso in quello che, un tempo, si chiamava Provveditorato, da Dirigente scolastico provinciale, attività che svolge da 7 anni. Un percorso che gli è valso il riconoscimento del Cavalierato al Merito della Repubblica. «Sempre dalla parte dei più deboli, per antica formazione», dice Loddo, «e nel rispetto della funzione e delle leggi».

Quindi è giunta l’ora?
«Prima o poi arriva per tutti (ride). Ma non prima di garantire un regolare avvio del nuovo anno scolastico che inizia per la maggioranza delle scuole il 14 settembre, con tutti i docenti in cattedra (migliaia di nomine) e il personale Ata in servizio dal primo giorno di lezione. Dunque buon anno scolastico ad alunni e studenti, al personale e alle famiglie. Poi smaltirò un considerevole numero di giorni di ferie arretrate e, subito dopo, sarò in pensione e inizierà una nuova fase della mia vita».

Contento?
«Mi dà gioia terminare la mia esperienza lavorativa in coincidenza con l’ingresso all’Università di mia figlia. Sono felice di aver partecipato pure da genitore a tutto il suo percorso scolastico: dall’infanzia alle secondarie di secondo grado».

Lei è stato un sindacalista d’altri tempi.
«Non saprei. Di sicuro ho lottato con passione e con tutte le mie forze per i diritti, per il lavoro e per preservare e migliorare la scuola pubblica, nel suo ruolo di garanzia del diritto costituzionale all’istruzione per tutte e tutti».

Peppino Loddo (L'Unione Sarda)
Peppino Loddo (L'Unione Sarda)Peppino Loddo (L'Unione Sarda)

Peppino Loddo

Era una colonna della Cgil.
«Per me gli anni Settanta, Ottanta e Novanta sono stati tempi di passione civile, di coinvolgimento, di grande partecipazione, con la voglia di far sentire la propria voce e molte cose si sono ottenute. Magari leggo male l’apparente disincanto di oggi, ma ricordo che non dobbiamo dare per scontate le conquiste su diritti e condizioni di lavoro».

Segretario regionale per la scuola.
«Grazie al voto ottenuto in infuocate, partecipate assemblee di lavoratori».

Un passo che presagiva incarichi più alti.
«Non sono “uomo di apparato”. Se non sono d’accordo su una cosa, non lo mando a dire: non sto zitto perché il mio “capo” me lo impone, non sono uno “Yes man”. Nessun cerchio magico di alcuna organizzazione è luogo di mia frequentazione».

Non è stato trattato bene.
«Ma non me ne faccio un cruccio. L’esperienza sindacale mi ha arricchito enormemente. Mi ha dato un bagaglio di valori, di sacrificio duro, di conoscenze e competenze che non mi hanno mai abbandonato. Quella sensibilità, quella cura per gli ultimi, per i diritti e il rispetto per il lavoro sono la cifra che ha contraddistinto ogni mio altro impegno. Non mi lamento: nella mia vita ho attraversato tre fasi, tutte appaganti e fantastiche, specie dal punto di vista umano».

Quali?
«La prima è stata quella di insegnante. Vengo da una famiglia molto povera, in qualche modo sono riuscito prima a diplomarmi e poi a laurearmi, tra l’altro con il massimo dei voti, per me un grande orgoglio. Il primo concorso che mi capitò sotto gli occhi, anzi fu mia zia Caterina che inoltrò la mia domanda, era quello per la scuola elementare, nel Nuorese. Lo vinsi, mi presentai al Provveditorato di Nuoro. Per la gioia di chi in graduatoria veniva dopo di me, scelsi Ortueri, un paesino di circa mille abitanti, e non Nuoro».

Perché?
«Io sono originario di Ortueri e lì, paese isolato e con molte difficoltà non solo di tipo economico, nel 1982 ho voluto iniziare il viaggio nel mondo della scuola. Viaggio che poi è proseguito in altri centri, come Domus de Maria e Ussana, quando ho chiesto il trasferimento nel Cagliaritano».

Finita l’esperienza sindacale e da insegnante?
«Ho vinto il concorso per diventare dirigente. Nuova esperienza. Di questa ho vivido il ricordo del rapporto con studentesse e studenti».

Qualcuno vide in questo nuovo incarico un suo passaggio “dall’altra parte”.
«Se lo dice chi, forse, “dall’altra parte”, è passato per davvero, è il colmo. Io ho vinto un concorso, per la voglia di fare altre esperienze, mica sono stato nominato. Certo il mio “passato” pesava e ingenerava equivoci a bizzeffe. Anche il rapporto con gli studenti talvolta è stato teso, con assemblee di istituto accese, quando io, nella funzione di dirigente, chiedevo il rispetto delle regole della comunità scolastica. Si credeva, ancora oggi non capisco a fondo perché, che il mio essere stato sindacalista autorizzasse comportamenti anarcoidi, per così dire legibus soluti. Finì che alcuni mi appellarono come “fascista rosso”».

Da dirigente scolastico provinciale, tracci un profilo della scuola che saluta.
«È una buona scuola, almeno quella cagliaritana. Nonostante gli alti e i bassi, nonostante sia bistrattata da troppi. Il livello dei docenti è alto. La scuola italiana è una delle migliori al mondo. Certo, ci saranno anche le mele marce, come dappertutto, ma posso ben dire che la scuola pubblica assolve con decoro alla sua primaria e insostituibile funzione di garantire il diritto all’istruzione e molti altri principi fondanti della nostra Carta costituzionale. Questa scuola, a cui dovrebbe andare il grato riconoscimento della società, dovrebbe tornare al centro delle preoccupazioni della politica e delle Istituzioni».

Qualche piccolo aggiustamento salariale c’è stato.
«Andate a chiedere agli insegnanti fuori sede le spese che affrontano per raggiungere la sede di lavoro, per i materiali didattici acquistati con i propri soldi, per il tempo senza limiti che dedicano fuori dall’orario scolastico. Non c’è un rimborso di sorta, anche chiedere di partecipare ad aggiornamenti quasi non è contemplato. In altri Stati europei lo stipendio è più alto, con tempi scolastici uguali se non inferiori. Falso che in Italia si facciano meno giorni di lezioni: vero il contrario. Insomma, c’è qualche riflessione da fare».

C’è stata qualche richiesta, in quarant’anni, che l’ha fatta commuovere?
«Non una, parecchie, e anche di recente. La scuola è fatta anche di disagio, povertà, episodi di autolesionismo, droga. C’è dispersione scolastica, abbandono, povertà educativa. Da poco sono intervenuto su un istituto proprio per cercare di risolvere un caso intricato dal punto di vista umano, da lacrime davvero. La scuola pubblica ultimo baluardo della presenza dello Stato».

È mai stato tentato dalla politica?

«Tantissimo. Ho grande ammirazione e rispetto per questa alta forma di partecipazione alla vita sociale e democratica, per gli uomini e le donne che vi si dedicano per idealità e non per interesse personale, nonostante i cattivi esempi. Ne ho fatta tanta di politica di base nella mia vita, ma finora i partiti, intendo quelli vicini al mio sentire, non mi hanno mai cercato per offrirmi candidature o incarichi. Non curo relazioni magari utili alla bisogna, anche per il mio carattere talvolta sbrigativo e brusco e poco aduso a subire influenze. E di certi comportamenti non finisco mai di chiedere scusa. Per il resto le mie posizioni personali sono ben note e mai ripudiate: rivendico il mio animo di sinistra, che non mi ha certo impedito di svolgere al meglio delle mie capacità la mia funzione di dirigente dello Stato».

Ha detto che non starà con le mani in mano.
«Metterò a frutto in altri ambiti la mia laurea in Giurisprudenza. Amo il diritto, potrei svolgere una attività di legale, in particolare al servizio dei lavoratori della scuola. Rivolgo un sincero ringraziamento al personale dell’Ufficio Scolastico Provinciale, ai dirigenti che mi hanno offerto la loro preziosa collaborazione, ai docenti e al personale Ata che hanno assicurato il funzionamento degli istituti e garantito il diritto all’istruzione».
Lorenzo Piras

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