Corpus Domini. Monsignor Ghizzoni: “L’Eucaristia ci chiama all’unità”


Corpus Domini. La partenza della processione da San Paolo. Al centro monsignor Ghizzoni, arcivescovo di Ravenna-Cervia. Foto Corelli

La presenza di Cristo eucaristia tra le case e le piazze di Ravenna. La processione del Corpus Domini ha attraversato questa sera la città. Dalla parrocchia di San Paolo alla Cattedrale, attraversando periferie e palazzoni, portata dall’arcivescovo di Ravenna-Cervia, monsignor Lorenzo Ghizzoni e accompagnata da molti del parroci e del sacerdoti e della città e da centinaia di fedeli.

Chiesa di San Paolo gremita per la Messa del Corpus Domini. Foto Corelli

La Messa

Prima, alle 20,45, la Messa è stata presieduta dall’arcivescovo nella chiesa retta dei giuseppini, animata dal coro della parrocchia e segnata in Lis, lingua italiana dei segni. Nella sua omelia monsignor Ghizzoni ha richiamato all’unità tra i cristiani che nasce dall’Eucaristia. “Se non c’è unità tra noi cristiani di diverse tradizioni, il mondo non crederà“, ha detto il presule.

La processione per le vie della città

Di seguito pubblichiamo il testo integrale dell’omelia dell’arcivescovo Lorenzo

“Perché tutti siano una cosa sola”

Cari fratelli e sorelle,

abbiamo appena ascoltato dalla lettera di San Paolo ai Corinzi: “Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane” (Cor 10, 16-17)

Siamo in un tempo particolare della vita della Chiesa. Ci sono infatti tanti gesti comuni e di condivisione che caratterizzano lo spirito ecumenico che cresce tra le Chiese cristiane. Viviamo gomito a gomito con cristiani ortodossi e cattolici –di rito diverso da quello latino–, e anche con cristiani evangelici o carismatici, presenti in tanti luoghi dell’Europa e nella nostra diocesi di Ravenna-Cervia. Siamo figli di queste tre grandi tradizioni cristiane storiche. 

Proprio per questo abbiamo bisogno di crescere nell’ecumenismo eucaristico, perché attualmente uno dei maggiori luoghi della nostra divisione tra cristiani, è proprio la celebrazione e la fede eucaristica, che è il cuore della cristianità. Abbiamo bisogno di riconoscimento reciproco, di condivisione, di amore fraterno, se vogliamo che la nostra evangelizzazione sia efficace. Se non c’è unità tra noi cristiani di diverse tradizioni, il mondo non crederà. Sono rivolte anche a noi le parole di Gesù: “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv,17,20s). Vari aspetti ci accomunano, altri ci diversificano, ma possiamo e dobbiamo cercare i valori autentici che ci uniscono, prima di ciò che ci divide, anche nell’Eucaristia. 

Le parole di Gesù: la tradizione cattolica

Secondo la visione della teologia e della liturgia cattolica, il centro dell’azione eucaristica, dal quale scaturisce la presenza reale e sostanziale di Cristo, è il momento della consacrazione. In esso, Gesù agisce e parla in prima persona: “Questo è il mio corpo. Questo è il mio sangue”. Sant’Ambrogio scrive: “Questo pane è pane prima delle parole sacramentali; ma, intervenendo la consacrazione, il pane diventa carne di Cristo… e di chi sono tali parole? Del Signore Gesù! È dunque la parola che opera (conficit) il sacramento”.

Possiamo parlare, nella nostra visione cattolica (latina), di un “realismo” cristologico, perché Gesù non è visto presente sull’altare semplicemente in un segno o in un simbolo, ma in verità e con la sua realtà. Il concilio di Trento, in seguito, ha precisato questo modo di concepire la presenza reale, usando tre avverbi: veramente, realmente, sostanzialmente. Gesù è presente veramente, non solo in immagine, o in figura; è presente realmente, non solo soggettivamente, per la fede dei credenti; soprattutto è presente sostanzialmente, non secondo le apparenze che restano quelle del pane e del vino, ma secondo la sua realtà profonda che è invisibile ai sensi.

Ci poteva essere il pericolo di cadere in un “crudo” realismo, in un realismo esagerato che si ferma alla materia del pane e del vino, da venerare e adorare. Ma Sant’Agostino ha chiarito, che la presenza di Gesù nell’Eucaristia avviene “in sacramento”. Non è una presenza fisica, ma sacramentale, attraverso dei segni che sono, appunto, il pane e il vino. In questo caso, però, il segno non esclude la realtà, ma la rende presente nell’unico modo con cui il Cristo risorto che “vive nello Spirito” (1 Pt 3, 18) può rendersi presente a noi, finché viviamo ancora nel corpo. Gesù è presente, dunque, nell’Eucaristia in un modo unico, che non ha riscontro altrove. Gesù non è presente come una cosa o un oggetto, ma come una persona. È la presenza “eucaristica”, che si realizza soltanto nell’Eucaristia. Giustamente acclamiamo “mistero della fede”.

L’azione dello Spirito Santo: la tradizione ortodossa

La teologia latina però non esaurisce il mistero. È mancato ad essa il dovuto rilievo allo Spirito Santo. Nella tradizione ortodossa, infatti, è messa in piena luce l’azione dello Spirito Santo nella celebrazione eucaristica. Ora, dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II, col rito rinnovato di Paolo VI, tutte le preghiere eucaristiche nuove recano una doppia invocazione dello Spirito Santo: una sui doni, prima del racconto dell’Ultima cena, e una sulla Chiesa, dopo le parole di Gesù. Invocazioni che mancano nel rito latino antico.

Le liturgie orientali hanno attribuito sempre la realizzazione della presenza reale di Cristo sull’altare a un’operazione speciale dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo che a Pasqua irruppe nel sepolcro e, “toccando” il corpo inanimato di Gesù, lo fece risorgere, nell’Eucaristia ripete questo prodigio. Egli viene sul pane e sul vino che sono elementi morti e dà loro la vita, ne fa il corpo e il sangue viventi del Redentore risorto. Veramente – come disse Gesù stesso, parlando dell’Eucaristia – “è lo Spirito che dà la vita” (Gv 6, 63). 

Un grande rappresentante della tradizione eucaristica orientale, Teodoro di Mopsuestia, scrive: In quel momento, al sopraggiungere dello Spirito Santo, noi crediamo che il pane e il vino ricevono una specie di unzione di grazia. E da allora li crediamo essere il corpo e il sangue di Cristo, immortali, incorruttibili, impassibili e immutabili per natura, come il corpo stesso di Cristo nella risurrezione.

Lo Spirito Santo però non agisce separatamente da Gesù, ma dentro la parola di Gesù. Ecco perché non bisogna separare le parole di Gesù (“Questo è il mio corpo”) dalle parole dell’invocazione allo Spirito (“Manda il tuo Spirito Signore a santificare i doni che ti offriamo perché diventino il Corpo e il Sangue del Tuo Figlio”). È un punto importante se vogliamo andare verso l’unità, per i cattolici e i fratelli ortodossi, perché essa sale dalle profondità stesse del mistero eucaristico. La Chiesa tutta è lo strumento vivente, attraverso il quale e insieme con il quale opera lo Spirito Santo. Avviene, per la venuta di Gesù sull’altare, come avverrà per la venuta finale nella gloria. Nella conclusione dell’Apocalisse si dice: “Lo Spirito e la Sposa” (la Chiesa!) “dicono” a Gesù: “Vieni” (cf Ap 22, 17). Ed egli viene.

L’importanza della fede: la spiritualità protestante

Così la tradizione latina ha messo in luce “chi” è presente nell’Eucaristia, Cristo risorto; la tradizione ortodossa ha messo in luce “da chi” è operata la sua presenza, dallo Spirito Santo; la teologia protestante mette in luce“a quali condizioni” il sacramento opera. Queste condizioni si riassumono in una parola: la fede

Questo richiamo alla fede è salutare proprio per salvare il sacramento e non farlo scadere a qualcosa che agisce automaticamente e magicamente, quasi all’insaputa dell’uomo. La fede non “fa”, ma “riceve” il sacramento. Partecipare esternamente all’Eucaristia non è sufficiente; andare a messa non è una delle opere buone che l’uomo fa per meritare il premio della salvezza, ma è accogliere un puro dono dato solo a chi crede. E il credente può essere giusto o peccatore. Perché tutti in realtà siamo simultaneamente giusti e peccatori, tutti bisognosi di perdono e di salvezza. Anche se non saremmo degni di partecipare, l’Eucaristia opera proprio questo: comunione col Signore, perdono e guarigione.

La fede è necessaria perché la presenza di Gesù nell’Eucaristia sia non soltanto “reale”, ma anche “personale”, cioè vissuta come un dono di amore, da persona a persona, in un dialogo cosciente, in uno scambio tra due soggetti liberi, – Gesù risorto e noi–, che si accorgono l’uno dell’altro, dove uno ama e l’altro è amato. Solo la fede può aprirci a un mistero così grande. 

“Si aprirono i loro occhi e lo riconobbero”

Le tre tradizioni cristiane ci permettono quindi di aprirci più profondamente a ciò che il sacramento opera misteriosamente, ma efficacemente in noi. Questa realtà dovrebbe fare da fondamento per una unità tra le Chiese che vada verso la comunione piena, anche eucaristica, non solo nella carità reciproca e nell’annuncio del Vangelo verso i lontani. Ma non siamo ancora del tutto pronti.

Possiamo però chiedere che avvenga anche in tutti noi quell’esperienza della presenza viva del risorto che ebbero ad un certo punto i discepoli di Emmaus che, sollecitati dall’ascolto della Parola, riconobbero Gesù allo spezzare il pane, mentre Lui scompariva. Nella celebrazione di ogni Eucaristia noi sentiamo le parole della Scrittura e vediamo il pane sul tavolo dell’altare, e solo con un atto di fede, dono dello Spirito Santo, riconosciamo lì la presenza viva e vera del Risorto nella Parola di Dio e nel sacramento del suo Corpo. Chiediamo che si aprano i nostri occhi e che lo possiamo riconoscere (Lc 24,13).

San Francesco d’Assisi

Nell’VIII centenario della sua morte, ricordiamo San Francesco d’Assisi, che ebbe il cuore ricolmo di tali sentimenti verso Gesù nell’Eucaristia. Egli si inteneriva davanti a Gesù nel sacramento, come a Greccio si inteneriva davanti al Bambino; lo vedeva così abbandonato nelle nostre mani, così inerme, così umile. Nella sua Lettera a tutto l’Ordine egli scrive delle parole forti che vogliamo ascoltare come rivolte a noi:

Badate alla vostra dignità, fratelli sacerdoti, e siate santi perché egli è santo… Grande miseria sarebbe, e miseranda meschinità se, avendo lui così presente, vi curaste di qualunque altra cosa che esista nel mondo intero. Tutta l’umanità trepidi, l’universo intero tremi e il cielo esulti, quando sull’altare, nella mano del sacerdote, si rende presente Cristo, il Figlio del Dio vivo. O ammirabile altezza e degnazione stupenda! O umiltà sublime! O sublimità umile, che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da nascondersi, per la nostra salvezza, sotto poca apparenza di pane. Guardate, fratelli, l’umiltà di Dio, ed aprite davanti a lui i vostri cuori; umiliatevi anche voi, perché siate da lui esaltati. Nulla, dunque, di voi trattenete per voi, affinché totalmente vi accolga colui che totalmente a voi si offreCosì sia.

+Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo


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