Dopo aver disciplinato le grandi piattaforme online con il Digital Services Act e il Digital Markets Act e aver approvato l’AI Act, l’Unione europea affronta un nuovo tassello della propria strategia digitale: le infrastrutture. È infatti iniziato l’esame parlamentare del Digital Networks Act (Dna), la proposta della Commissione europea che mira a riformare il quadro normativo delle comunicazioni elettroniche, armonizzando le regole oggi frammentate tra gli Stati membri e creando condizioni più favorevoli agli investimenti nelle reti del futuro. L’obiettivo è costruire un vero mercato unico della connettività, indispensabile per sostenere la competitività europea in un contesto segnato dalla corsa all’intelligenza artificiale, al cloud computing e ai servizi digitali avanzati.
Tra gli eurodeputati impegnati nell’esame del provvedimento c’è la portoghese Ana Vasconcelos (Renew Europe), relatrice per il parere della commissione Libe, chiamata a valutare gli aspetti della proposta che riguardano i diritti fondamentali, la tutela della privacy, la neutralità della rete e l’indipendenza delle autorità nazionali di regolazione.
Secondo l’eurodeputata, la riforma rappresenta un passaggio cruciale per rafforzare la capacità dell’Europa di affrontare le sfide della trasformazione digitale senza rinunciare alle garanzie che caratterizzano il modello europeo.«Il Digital Networks Act sostituisce diverse norme dell’Unione europea sulle telecomunicazioni, sullo spettro radio e sull’accesso a Internet con un unico regolamento. È un passo molto importante verso l’armonizzazione e la semplificazione della regolazione, due priorità fondamentali per Renew, coerenti con l’urgenza di preparare l’infrastruttura digitale europea ad aumentare la competitività e la sicurezza nell’era digitale».
Uno dei pilastri della proposta è l’accelerazione della diffusione delle reti in fibra ottica. L’Unione europea punta infatti a garantire entro il 2030 una connessione gigabit a tutte le famiglie europee, un obiettivo considerato essenziale per sostenere lo sviluppo dei servizi digitali e delle nuove tecnologie. «La fibra è per l’economia digitale ciò che le autostrade sono state per quella industriale: l’infrastruttura di base su cui si regge tutto il resto. Fornisce connessioni più veloci, più affidabili e più efficienti dal punto di vista energetico rispetto al rame o alle tecnologie wireless meno recenti».
Secondo la Commissione europea, per completare la copertura in fibra dell’intero territorio dell’Unione saranno necessari almeno 148 miliardi di euro di investimenti. Ai ritmi attuali, il traguardo rischia di essere raggiunto solo nel 2051. A rallentare il processo contribuiscono non soltanto gli elevati costi delle infrastrutture, ma anche la frammentazione delle procedure autorizzative, dei regimi di licenza e delle condizioni di mercato nei diversi Stati membri. Le aree rurali e remote continuano inoltre a rappresentare la sfida più complessa, perché richiedono investimenti maggiori per collegare un numero inferiore di cittadini. Per affrontare questi ostacoli, la proposta punta a semplificare il quadro regolatorio, ridurre gli oneri amministrativi e accompagnare la progressiva transizione dalle reti in rame a quelle in fibra, prevedendo anche un percorso verso la loro dismissione.
Uno dei passaggi più delicati del negoziato riguarda il rapporto tra incentivi agli investimenti e tutela della concorrenza. Da una parte, i principali operatori chiedono licenze di durata maggiore, minori obblighi regolatori e una più ampia libertà nella determinazione dei prezzi; dall’altra, gli operatori più piccoli e le associazioni dei consumatori temono che un’eccessiva deregolamentazione possa rafforzare le posizioni dominanti e ridurre la competitività del mercato.
Per Vasconcelos, gli investimenti possono essere incentivati senza rinunciare agli strumenti che hanno finora garantito un mercato aperto. «Possiamo incoraggiare gli investimenti attraverso una regolazione prevedibile e una riduzione della burocrazia, senza smantellare le tutele della concorrenza che mantengono il mercato aperto ai nuovi operatori e garantiscono prezzi equi per i consumatori».
Un altro tema centrale è il divario digitale tra aree urbane e territori rurali. Alla domanda se l’Europa stia facendo abbastanza per ridurlo, la risposta dell’eurodeputata è netta: «Non ancora». Per questo il Digital Networks Act prevede piani nazionali per accompagnare la transizione dal rame alla fibra e mantiene gli obblighi di servizio universale, affinché tutti i cittadini possano continuare ad avere accesso a una connessione Internet a prezzi accessibili indipendentemente dal luogo di residenza.
Per l’eurodeputata, la questione delle reti riguarda direttamente anche il futuro dell’innovazione europea. Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, del cloud computing, dell’Internet delle cose e dei veicoli connessi richiede infatti infrastrutture ad altissima capacità e bassa latenza. «Non è possibile addestrare modelli di intelligenza artificiale, gestire una fabbrica intelligente o effettuare interventi chirurgici da remoto su una linea in rame degli anni Ottanta. Senza l’infrastruttura in fibra e 5G, l’Europa rischia di diventare dipendente da tecnologie sviluppate altrove invece di diventarne protagonista. Questo ha implicazioni non solo per la nostra competitività nell’era digitale, ma anche per la nostra sicurezza».
Il confronto parlamentare sarà quindi chiamato a trovare un equilibrio tra esigenze diverse: accelerare gli investimenti, preservare la concorrenza, ridurre il divario digitale e garantire la tutela dei diritti fondamentali. Per l’Unione europea, il Digital Networks Act rappresenta un passaggio decisivo non soltanto per modernizzare le reti di telecomunicazione, ma anche per rafforzare la propria autonomia tecnologica in uno scenario internazionale sempre più competitivo.
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