Nuova luce sull’architetto Gianfranco Frattini a 100 anni dalla nascita


Gianfranco Frattini (Padova, 1926 – Milano, 2004), uno dei protagonisti della rinascita culturale ed economica italiana del secondo dopoguerra nel campo dell’architettura e del design, è celebrato quest’anno, nel centenario della nascita, con una serie di eventi che proseguiranno per tutto il 2026. A inaugurarli è stata la presentazione, presso ADI Design Museum di Milano, del catalogo ragionato Gianfranco Frattini. Design 1953-2003, curato da Silvana Annicchiarico e pubblicato da Silvana Editoriale.

La copertina di “Gianfranco Frattini. Design 1953-2003. Catalogo ragionato”, Silvana Editoriale, 2026

Riscoprire Giancarlo Frattini e il suo design a cento anni dalla nascita

I 430 e più progetti inclusi nel volume segnano l’iter di una ricerca compiuta all’insegna del rigore e della funzionalità, a partire dai primi passi mossi nello studio di Gio Ponti in via Dezza a Milano – scoprendo via via, sotto la guida del maestro, il fertile tessuto produttivo dell’area lombarda con cui allacciò precoci e importanti rapporti di collaborazione –, fino alle affermazioni internazionali degli Anni Novanta e dei primi Duemila. Che il lavoro del progettista non fosse stato ancora del tutto scandagliato è una realtà cui la pubblicazione dà ora una risposta adeguata grazie all’Archivio-Studio Gianfranco Frattini, guidato dai figli Marco ed Emanuela, prodigatosi negli ultimi anni nella sua sistematizzazione. Ma ancora c’è molto da fare, ne è convinta Silvana Annicchiarico, la quale ha compiuto una meticolosa disamina con criteri cronologici mettendo in luce i principali temi sui quali Frattini, in una cinquantina di anni, ha lavorato con esemplare impegno e continuità.

La storia di Giancarlo Frattini e gli esordi con Gio Ponti

Annicchiarico stessa evidenzia come nell’opera di Frattini si annidasse “non l’eroismo della rottura ma la pazienza dell’aggiustamento”, in una Milano post-bellica dove l’impegno di responsabilità civile era forte. Annodare i fili del passato con quelli del presente era una delle vie da praticare per evitare traumi e la perdita di memorie storiche. Frattini iniziò il suo percorso professionale con l’incarico affidatogli nel 1953, l’anno della laurea al Politecnico, da Ponti: seguire il cantiere del Royal Hotel di Napoli. Si trattava di un vecchio albergo da ricostruire totalmente. “Prima, devo capirlo”, affermava il giovane l’architetto esprimendo la volontà di andare sempre al nocciolo di ogni problema. E il cantiere in genere rappresentava per lui un punto di osservazione privilegiato, nonché il luogo della sperimentazione tout-court. Questo suo rispetto della realtà esistente e il desiderio di andare alla radice delle cose caratterizzò sempre il suo modus operandi, partendo dal dettaglio – che considerava il punto di avvio per qualsiasi opera – per giungere poi alla visione d’insieme. La presenza alle Triennali milanesi a partire dal 1954, da spettatore prima e da attore poi, fu per lui cruciale ai fini dell’apertura internazionale e dell’approccio a una nuova lettura del tessuto artigianale come ponte di lancio per accedere alla fase produttiva industriale.

I progetti di Frattini per le aziende brianzole

Iniziò a collaborare con Cesare Cassina – conosciuto nel 1954 nello studio di Gio Ponti –, passando poi a molte altre aziende: Bernini, Bonacina, Arteluce, Kartell, Argenteria Ricci, Progetti, Luci, Artemide, Knoll; fino ad Acerbis, Bottega Ghianda e Poliform negli Anni Ottanta e Novanta, Fontana Arte e Porada nei Duemila. Appartenne, non a caso, alla schiera dei grandi progettisti attivi in ambito milanese – Albini, Rogers, Zanuso, i Castiglioni, Magistretti, Parisi – che guardavano con interesse alle aziende brianzole in grado di cogliere il messaggio di rinnovamento che la società e il mercato imponevano. Il dialogo con loro divenne quotidiano. Per Cassina Frattini disegnava, già nel 1955, la poltrona e il divano componibile mod. 836; poi, negli Anni Sessanta, i tavolini tondi impilabili mod. 780 (1967) e quelli quadrati con struttura in acciaio Dalles mod. 78 (1969).

I viaggi di Frattini in Giappone e Amazzonia

Prima, dal 1955, ebbe studio in via Lanzone; poi, dal 1978, in via Sant’Agnese dove, in particolare, si consolidò il rapporto con Pierluigi Ghianda, il maestro “artigiano ebanista” di Bovisio Masciago, grazie alla cui complicità approfondì le potenzialità del legno, il materiale principe di tutte le sue opere. La capacità di leggere le essenze nelle loro nervature, di lasciar parlare le superfici assecondandone la naturalezza, per poi valorizzarla grazie al progetto, divenne la cifra del suo metodo operativo. Insieme avevano già compiuto un viaggio decisivo in Giappone e presto, nei primi Anni Ottanta, avrebbero compiuto quello in Amazzonia, rivelatore di nuovi legni da introdurre in arredi e oggetti, per esempio la jacaranda. Dall’esperienza nel Paese del Sol Levante, in omaggio alla sua raffinata tradizione di falegnameria, era nato nel 1974, con Bottega Ghianda, il coffee table in faggio a reticolo ortogonale Kyoto, i cui incastri (più di 10.000), giocati sulla modularità, rappresentano oggi uno dei vanti di Poltrona Frau, che l’ha rieditato nel 2021.

Instancabile Frattini: i progetti di lampade, argenti e gioielli

La luce, uno dei cardini della progettualità di Frattini, grazie alla visione innovativa del rapporto con lo spazio: dall’uso nel 1956 del tubo fluorescente, introdotto in un interno a Bergamo, fino all’iconica Boalum, progettata per Artemide con Livio Castiglioni nel 1970 come un lungo cordone luminoso serpeggiante attraverso lo spazio. Un’opera con cui si affermava un’inedita idea dell’abitare: fluida, duttile, sciolta da imposizioni e regole, piena espressione dello spirito del tempo –, a latere di una produzione più tradizionale, seppur sempre aggiornatissima dal punto di vista tecnico e formale. Per quanto riguarda il design di oggetti d’arredamento e di suppellettili, l’architetto milanese iniziò a esplorare per Argenteria Ricci e Progetti le potenzialità di argento, vetro, ceramica, melammina, acciaio, per approdare negli Anni Settanta, tramite Ricci, anche all’oro con l’azienda valenzana Giò Caroli. Agli occhi di un architetto, a paragone dell’industrial design o dell’interior design, il gioiello avrebbe potuto apparire un settore di minor importanza, eppure la creazione orafa incuriosì molto Frattini, coinvolgendolo in un’attività di progettazione attraverso cui intendeva esprimere tutto il suo know how.

Gianfranco Frattini nel ricordo della figlia architetta

Mio padre investì molte delle sue energie nel gioiello perché riassumeva in nuce la summa della sua filosofia progettuale. Amava lavorare infatti su tutte le scale, “dal cucchiaio alla città”. Negli Anni Settanta conobbe l’imprenditore orafo Giò Caroli, che aveva inaugurato la sua produzione in collaborazione con l’industriale valenzano del gioiello Illario” spiega la figlia, l’architetta Emanuela Frattini Magnusson. “Caroli voleva creare ornamenti di design in chiave cinetica e pop e trovò in Frattini, che era interessato a un gioiello molto progettato, con snodi rigorosamente studiati, il partner ideale. Le sue catene erano giocate su elementi che si connettevano secondo principi di modularità e anche le fermezze – in genere non messe in grande evidenza – erano da lui realizzate accuratamente, concepite ingegnosamente come capsule a pressione, con in bella vista la firma del designer. In sintesi, – conclude Frattini Magnusson – Gianfranco Frattini trasponeva lo studio meccanico dal design degli arredi a quello dei gioielli. Per i moduli che si incastrano a ripetizione, progettati con rigorosa programmazione, possiamo fare un raffronto fra alcuni monili e il tavolino Kyoto”.

Silvana Annicchiarico racconta Gianfranco Frattini

Anche l’accessorio da uomo lo intrigò molto”, aggiunge Silvana Annicchiarico. “Presso l’Archivio Frattini sono conservati vari gioielli e tantissimi schizzi per ciondoli maschili, gemelli, porta chiavi, porta sigarette, porta tabacco, porta pillole, perfino un prototipo per accendino. Disegnava di continuo su agende Nava, ma anche su fogli sciolti, li abbiamo raccolti in numerosi quaderni. Inventava nuove soluzioni formali basate sulla micro-ingegneria per raggiungere un effetto estetico, per esempio la barretta con alle estremità due sferette fisse, una sorta di piercing usato come innesto fra doppi cerchi, che creava effetti di trasformismo, flessibilità, cinetismo”.

Gianfranco Frattini in Giappone. Courtesy Studio-Archivio Gianfranco Frattini
Gianfranco Frattini in Giappone. Courtesy Studio-Archivio Gianfranco Frattini

I gioielli di Frattini tra stile e invenzione

Prosegue la curatrice: “Secondo lui il gioiello doveva sviluppare uno stretto legame con il corpo, muovendosi con esso, così come con il corpo dovevano dialogare – creando un rapporto simbiotico – sedute e divani. A metà Anni Settanta, l’epoca della cultura underground, il fatto che il piercing venisse sdoganato – e in modo così sofisticato – non è da sottovalutare”. Ma non era certo la preziosità dell’oro e delle pietre a interessare al designer, bensì l’invenzione. “Per esempio, le collane a forte contrasto luminoso e materico dove sferette di ebano rotanti erano incapsulate dentro gusci in oro, o gli anelli a tubicini mobili, grazie a perni e snodi, che presentano un effetto cinetico analogo a quello perseguito in tempi coevi da Gabriele Devecchi, artista del Gruppo T nonché creatore orafo, nei suoi gioielli ‘permutabili’”, conclude Annicchiarico.

Alessandra Quattordio

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