«Siamo tutti normaloidi». Isidoro Cioffi esordisce così, sorridendo e citando una frase non sua ma di grande effetto. Un po’ come il motto attribuito a Franco Basaglia e diventato popolare tanto da finire sulle magliette: “Da vicino nessuno è normale”. In questi giorni il tema della fragilità e della cura mentale è emerso con forza a Varese a seguito di alcuni episodi che ha visto protagonista una quarantenne e di cui abbiamo raccontato in un articolo e un editoriale.
Isidoro Cioffi è stato per anni direttore della Psichiatria del Verbano, con la responsabilità di due centri psicosociali, due comunità e un centro diurno, per poi diventare direttore del Dipartimento Salute Mentale e Dipendenze, che comprende anche i servizi per le tossicodipendenze e le nuove dipendenze da gioco patologico e da device. Andato in pensione nel 2020, è oggi coordinatore del gruppo di lavoro provinciale per la salute mentale, nato per iniziativa dell’ex consigliere provinciale Balduzzi negli anni Ottanta. Lo abbiamo incontrato per farci spiegare, con la calma della competenza, quello che i social discutono con la fretta dell’indignazione.
Dottor Cioffi, di fronte a una persona che mostra comportamenti compatibili con un disagio psichico importante, come si interviene dal punto di vista normativo?
«Se si sospetta che una persona abbia un problema psichico rilevante, la si convoca prima di tutto per una visita al centro psicosociale. Se la persona non si presenta, si può attivare un accertamento sanitario obbligatorio. Bisogna tenere conto dell’articolo 32 della Costituzione, che stabilisce che nessuno può essere sottoposto a un trattamento sanitario contro la propria volontà, se non per disposizione di legge, e le disposizioni di legge riguardano i sofferenti psichici e le persone che possono trasmettere gravi infezioni alla comunità».
Che cos’è, di preciso, l’accertamento sanitario obbligatorio?
«È lo strumento che si attiva quando la persona non si vuole far visitare. Qualsiasi medico, meglio ancora uno psichiatra, può inviare una proposta motivata al sindaco, spiegando la situazione e la necessità che il soggetto venga visitato da uno specialista. Il sindaco, nella sua veste di massima autorità sanitaria cittadina, dispone l’accertamento. In questo caso non serve l’assenso del giudice tutelare. Di solito interviene la polizia locale, non perché il soggetto sia per forza pericoloso, ma perché va accompagnato alla visita anche se non è d’accordo. Viene portato in pronto soccorso o in un ambulatorio dove può essere visitato subito da uno psichiatra, che poi decide il da farsi».
E il trattamento sanitario obbligatorio, il TSO, quando scatta?
«Quando si valuta che la persona ha bisogno di cure, in particolare farmacologiche, che non possono essere effettuate a domicilio, e la persona non è consenziente. Ma il TSO può essere richiesto solo dopo che uno specialista l’ha vista, non si può fare sulla carta. La proposta può arrivare da qualsiasi medico, mentre la convalida deve essere fatta da uno specialista, uno psichiatra o un medico dell’Ats, non dal medico di medicina generale. Il provvedimento va poi al sindaco, che lo dispone, e viene comunicato per conoscenza al giudice tutelare, che può anche sospenderlo. Anche qui, se necessario, interviene la polizia locale, sempre per accompagnare la persona, non per ragioni di ordine pubblico».
In una situazione di emergenza, quando si vede qualcuno in evidente stato di crisi, cosa si può fare anche prima che scattino queste procedure?
«Lì entra in gioco lo stato di necessità. Se vediamo una persona che sta per farsi del male, la tratteniamo anche a forza, e questo non costituisce sequestro di persona proprio perché c’è una necessità impellente di evitare un danno grave. Vale lo stesso principio quando arriva un’ambulanza chiamata da un familiare e non c’è ancora un trattamento sanitario obbligatorio attivo, la persona può comunque essere accompagnata in pronto soccorso, dove poi si valuta se serve il TSO o se, parlando con gli specialisti, la persona accetta di essere ricoverata senza bisogno di obbligarla».
Sul territorio varesino quali realtà si occupano di salute mentale?
«C’è il gruppo di lavoro provinciale per la salute mentale, di cui sono coordinatore, che riunisce associazioni di familiari, rappresentanti del terzo settore, psicomotricisti e cittadini. Un tempo c’erano più associazioni di familiari, perché i centri psicosociali erano meno strutturati, oggi molti di quei gruppi sono stati assorbiti dai Cps stessi. Negli ultimi anni si sono aggiunte anche realtà legate all’Adhd e ai ragazzi con sindrome di Down».
Come funziona oggi il Centro Psico Sociale di Varese?
«Ho grande stima della dottoressa Callegari che mi è succeduta alla direzione del Dipartimento Salute Mentale e Dipendenze, a cui si è aggiunta anche la neuropsichiatria infantile. Ci sono carenze di personale, come ovunque, ma la preparazione è notevole. Va detto che al centro psicosociale non ci sono solo gli psichiatri, ci sono psicologi, infermieri, il caposala, gli educatori, l’assistente sociale, perché la Regione Lombardia ha scelto un modello di intervento articolato. Non tutti i pazienti hanno bisogno degli stessi strumenti, c’è chi necessita di un supporto psicologico e chi di interventi più strutturati, con farmaci, educatori, percorsi di comunità. Negli ultimi anni si stanno valorizzando anche terapie complementari, come le camminate terapeutiche, l’arte terapia, la cineterapia nata a Varese grazie al presidente Tosetto, sempre in affiancamento e non in alternativa ai percorsi farmacologici, psicologici ed educativi».
Qual è oggi la condizione più critica che osserva sul territorio?
«Il gruppo di lavoro provinciale tiene le proprie riunioni al liceo Manzoni di Varese, e non è un caso, perché i soggetti più fragili oggi sono i giovani. Pesa l’eredità del Covid, pesano nuove forme di disagio come il fenomeno degli hikikomori, ragazzi la cui unica realtà diventa quella virtuale, pesano diagnosi come Adhd, autismo, sindrome di Asperger, che stanno crescendo. Detto questo, sono ottimista, perché i ragazzi hanno grandi risorse. Proprio al Manzoni sono gli studenti stessi a fare peer education, organizzando seminari per i coetanei, per i genitori, per la cittadinanza. Siamo in buone mani, ma quelle risorse vanno coltivate».
Proprio in questi giorni la vicenda della donna francese di cui abbiamo scritto anche nel nostro editoriale di ieri ha scatenato sui social quella che abbiamo definito una caccia alle streghe contemporanea. Come giudica questo fenomeno?
«La cosa più pericolosa sono le fake news, le notizie costruite ad arte. Non mi riferisco a una parte politica in particolare, ma è innegabile che a volte la politica esaspera certe dinamiche, alimentando una forma di manipolazione. Il dubbio di fondo è se i social siano davvero uno strumento positivo. Io li paragono a un coltello, in cucina serve per tagliare la bistecca, ma può fare anche altro. Va usato con raziocinio, come per l’intelligenza artificiale. Bisogna imparare a non reagire di pancia, a fermarsi un attimo, contare fino a dieci, a venti, a cento, prima di decidere cosa dire o cosa condividere. I social hanno un lato positivo, ci informano subito, in tempo reale, ma serve la capacità di soppesare le notizie, per non lasciarsi manipolare».
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