Esci dal casello autostradale, prendi l’uscita Vietri sul Mare, curve, controcurve e poi rallentamenti e code di macchine dovute al traffico stagionale. Verso al fine della discesa, quando il verde si dirada e il costruito si fa sempre più fitto, eccola lì, spuntare sulla sinistra, quasi all’improvviso.
La Fabbrica di ceramiche Solimene è costruita per farsi notare, non vuole passare inosservata e vuole far sapere, già dall’esterno, la sua natura di luogo di creatività e produzione.
La storia di quest’icona architettonica – inserita nel Censimento delle architetture italiane dal 1945 ad oggi della Direzione Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura – è altrettanto affascinante. Non a caso, lo storico dell’architettura Bruno Zevi la definì «uno dei migliori esempi di architettura organica mai realizzati in Italia».
Foto © Elisa Scapicchio, 2026
Storia di un progetto, nato quasi per caso
Si racconta che, nel gennaio del 1950, un furgone modificato in camper – in perfetto stile hippie californiano (come citato dal Sirenuse Journal) – risalì la costiera che da Salerno porta ad Amalfi. Dentro c’erano Paolo Soleri – architetto italiano trasferitosi negli Stati Uniti – sua moglie Colly, la figlia piccola Kristine, e pochi bagagli.
Soleri aveva ventotto anni, una laurea in architettura presa al Politecnico di Torino e un apprendistato fresco alle spalle sotto il grande nome di Frank Lloyd Wright, allora ottantenne, a Taliesin West, nel deserto dell’Arizona.
Non stava cercando un cantiere, ma ispirazioni per il mestiere.
E se il Gran Tour spingeva i giovani fino all’Italia, per apprendere la cultura e l’arte del Barocco e del Rinascimento, lui – che era già italiano – in Italia ci tornò per imparare a lavorare l’argilla con le mani.
E quale miglior posto, se non Vietri sul Mare?
Foto © danipuntoeffe 2020
Qui Soleri cominciò a frequentare la bottega di “Vincenzo Solimene e figlio”, un’impresa ceramica che affondava le radici in una lunghissima tradizione locale. Vincenzo Solimene era un imprenditore giovane, la famiglia lavorava la terracotta da generazioni ma il suo desiderio più grande era quello di dare alla produzione un’impronta più fresca e moderna.
Tra i due nacque così un’amicizia, e da quell’amicizia, quasi per caso, un incarico: Solimene chiese a Soleri di progettare la nuova sede della fabbrica. Era il 1951, i lavori iniziarono nel 1952 e si conclusero nel 1954, con Soleri poco più che trentenne.
Ancora oggi la fabbrica è lì, più vecchia, ma con lo stesso spirito e la stessa energia che la fece nascere settant’anni fa, evitando la sorte di museo “imbalsamato”. Vi si può entrare e, soprattutto, si possono toccare – e acquistare – le ceramiche accatastate sulle mensole o semplicemente poggiate sul pavimento.
Meno nota è la storia di un progetto a metà: Soleri aveva immaginato anche un “Ponte degli Angeli”, un collegamento-belvedere pensato per unire il percorso semipubblico interno della fabbrica al belvedere pubblico del borgo antico di Vietri, aprendo l’edificio produttivo alla collettività.
Quel ponte non è mai stato costruito, e resta oggi solo un’ipotesi di cui rimangono i disegni.
Nel 2015, però, due anni dopo la morte di Soleri, la città gli ha dedicato una scultura in cemento armato alta sette metri.
Per chi vuole visitare l’edificio dal vivo, la Fabbrica Solimene si trova in via Madonna degli Angeli 7, Vietri sul Mare (SA), ancora oggi sede produttiva della Ceramica Artistica Solimene, con la possibilità di acquistarne i prodotti.
Foto © danipuntoeffe 2023
Foto © danipuntoeffe 2023
Foto © Elisa Scapicchio, 2026
Una lucertola spalmata sulla collina, un po’ ispirata al Guggenheim di Wright, un po’ alle texture di Gaudì
A prima vista, il sito non era il più favorevole e accogliente: una fascia di terreno stretta tra un declivio quasi verticale e la strada statale che correva lungo il mare. Ma è proprio qui che si vide il primo guizzo creativo dell’architetto, il vincolo che diventa principio ispiratore e generatore.
Il progetto volle la fabbrica letteralmente incuneata nella roccia, con una pianta allungata che si sviluppava in verticale, dal basso verso l’alto, anziché estendersi in orizzontale come la maggior parte dei capannoni industriali.
Il cuore distributivo è una rampa elicoidale che si avvolge dal primo al quarto piano, collegando fisicamente – e anche simbolicamente – le fasi successive del ciclo produttivo della ceramica: dall’impasto alla cottura, dalla decorazione alla vendita. Salire lungo la rampa significa attraversare l’intero processo produttivo come in una sezione narrativa costruita.
All’interno, lo spazio centrale è sorretto da pilastri a forma di Y che portano l’intero carico strutturale, mentre passerelle aperte corrono sui quattro livelli attorno al vuoto centrale.
E poi c’è la pelle: oltre sedicimila vasi di ceramica colorata, prodotti dalla stessa fabbrica, murati con il fondo a vista sulla facciata, trattato, a tutti gli effetti, come materiale da costruzione. Questi vasi, infatti, creano un’intercapedine d’aria che funziona da isolante termico, sostituendo il tradizionale intonaco con un rivestimento modulare, ripetuto e leggermente irregolare che, da lontano, fa sembrare la fabbrica una lucertola distesa al sole sul fianco della collina.
C’è chi ci rivede la matrice wrightiana espressa nella continuità tra struttura e ornamento e nell’utilizzo dei materiali locali come principio etico oltre che estetico; chi invece rimanda il confronto a Gaudì.
Nell’insieme e nella sua unicità, la fabbrica Solimene non si lascia classificare facilmente, lasciando chi la osserva con il dubbio e rendendo al tempo stesso l’architettura ancora più singolare.
Foto © danipuntoeffe 2020
Per approfondire il progetto
→ atlantearchitetturacontemporanea.cultura.gov.it
→ scheda del progetto
Dalla Fabbrica Solimene di Vietri sul Mare ad Arcosanti, in Arizona
Da Wright, Soleri aveva ereditato il principio dell’organicismo, ossia l’edificio come estensione del paesaggio, non imposizione. A Vietri, però, questo principio si scontra con un vincolo che il deserto americano non poneva: la scarsità di suolo lungo una costiera stretta tra roccia e mare.
È in questo scarto che Soleri comincia a prendere le distanze da Wright rispetto al modello della città fondata sull’espansione orizzontale dei sobborghi. La fabbrica Solimene, incuneata così nella roccia e sviluppata in verticale attorno a una rampa elicoidale, diventa il primo banco di prova dell’ipotesi opposta, che vede la densità, ben progettata, come occasione per minimizzare il consumo di suolo e rafforzare la coesione sociale attraverso la prossimità delle funzioni.
Questo principio, applicato qui alla scala di edificio produttivo, contiene già la logica che Soleri codificherà come arcologia, fusione di architettura ed ecologia, dove i sistemi urbani sono verticali, per moduli ripetibili, pensati per ridurre l’impronta ambientale dell’insediamento e rafforzare i legami sociali attraverso la compressione spaziale.
Nascerà da qui, anche grazie all’esperienza della Costiera Amalfitana, l’idea di Arcosanti, la celebre città sperimentale nel deserto dell’Arizona centrale che iniziò nel 1970 e proseguì fino al 1989 grazie all’aiuto di migliaia di volontari.
Dal sapere artigiano maturato a Vietri sul Mare, derivano molte delle accortezze progettuali riportate nell’utopica città che, per la complessità della sua storia costruttiva e del suo impianto teorico, meriterebbe un approfondimento a sé.
Resta il fatto che, senza l’esperienza della Fabbrica Solimene, probabilmente il pensiero di Soleri non avrebbe ma raggiunto alcune delle teorie che lo resero celebre in tutto il mondo.
Le fotografie
Foto © danipuntoeffe 2020
Foto © danipuntoeffe 2020
Foto © danipuntoeffe 2020
Foto © danipuntoeffe 2020
Foto © Elisa Scapicchio 2026
Foto © Elisa Scapicchio 2026
Crediti del progetto
FABBRICA DI CERAMICHE SOLIMENE
Luogo: Vietri sul Mare (SA), Via Madonna degli Angeli, 7
Autore: Paolo Soleri; Alberto Brini (strutture)
Cronologia: 1952 | 1954
Uso: Fabbrica
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