C’è un ente che, sulla base delle leggi vigenti, deve regolare quanta acqua esce dal Lago Maggiore. È il Consorzio del Ticino, l’ente che gestisce la traversa della Miorina, tre chilometri a valle di Sesto Calende: centoventi portine metalliche che trattengono o rilasciano il Verbano e, con esso, alimentano i canali di mezza pianura padana. A presiederlo è il presidente Paolo Seitone ma quest’estate, purtroppo, il margine di manovra di questo ente si è ridotto talmente tanto che c’è poco da regolare.
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L’abbiamo raggiunto al telefono dopo il nostro sorvolo in drone sul Ticino, dal lungofiume di Sesto Calende alle dighe del Panperduto.
Presidente, come definirebbe la situazione?
«Drammatica, niente di più. Ma non per volontà di nessuno: sono quattro mesi di assenza di acqua piovana, riserve nevose inesistenti..»
A che punto siamo, in termini di livello?
«Pare che stamattina fossimo a meno 40 dallo zero idrometrico, quello convenzionale dove si misura. Abbiamo perso quasi un metro e venti, un metro e trenta dalla fine della primavera, se la vogliamo chiamare fine della primavera, perché siamo saltati direttamente nell’estate e non c’è stata neanche la transizione. Tolti alcuni giorni di fresco a maggio, siamo finiti in una calura estrema che persiste ancora oggi. Come qualsiasi bacino, tra l’evaporazione e la mancanza di apporti d’acqua, vai in emergenza conclamata. E purtroppo non puoi farci nulla».
Voi regolate il flusso del Ticino, ma è rimasto poco da regolare.
«In ogni caso lo facciamo sulla base di regole dettate dalle norme del Ministero dell’Ambiente e dall’Autorità di bacino del Po, e chiaramente vanno seguite. Bisogna centellinare quello che c’è, per cercare di non creare danni né da una parte né dall’altra. Però i danni sono evidenti, perché l’acqua manca»
Paolo Seitone
Quali sono le parti in questo momento più interessate?
«La parte agricola in questo momento sta piangendo, e non poco. Ci sono quattrocento-cinquecentomila ettari che avrebbero avuto bisogno, almeno negli ultimi venti giorni, di una dotazione irrigua importante per evitare qualsiasi tipo di danno. Sono andati a farsi benedire, perché i rilasci sono dettati dalle condizioni dell’anno. Dall’altra parte ci sono attività che hanno bisogno di avere le aree coperte d’acqua: se avete fatto il giro col drone l’avrete visto bene, ci sono barche in secca che bisogna spostare»
Quali colture soffrono di più?
«Soprattutto le risicole. Avrebbero avuto bisogno almeno fino alla prima quindicina del mese, fino al quindici di agosto, di una portata d’acqua costante. Cosa che in certi casi purtroppo non c’è stata»
Il dato coincide con quanto scritto dall’Autorità di bacino nel bollettino diffuso giovedì: il sistema Ticino-Lago Maggiore alimenta la più estesa area risicola d’Europa (Vercellese, Novarese e Lomellina) e il riso, attualmente in fioritura, richiede un fabbisogno irriguo elevato per almeno tre settimane. Un approvvigionamento insufficiente in questa fase, avverte il documento, può compromettere la quasi totalità del raccolto.
Dalla Svizzera o dagli altri invasi alpini possono arrivare aiuti?
«I bacini pedemontani nostri ci hanno rilasciato un po’ di più, ma anche loro sono in crisi. Gli svizzeri li stiamo continuando a contattare per chiedere aiuto»
C’è un canale formale?
«C’è proprio un tavolo bilaterale. È stato convocato e dovrebbe essere attivo la prossima settimana: l’Autorità di bacino ha chiesto di poter interloquire con la Svizzera. Ma in generale dall’indagine che abbiamo noi sui bacini regionali, che sono al 39 per cento delle capacità, possiamo presumere che anche i bacini svizzeri siano lì vicino. Le dinamiche sono tante, come sempre, ma ora il tema è uno: in generale di acqua non ce n’è».
Le stime dell’Autorità di bacino gli danno ragione: il bacino svizzero del Ticino-Lago Maggiore dispone di undici invasi principali per circa 440 milioni di metri cubi di capacità, oggi riempiti a circa il 40 per cento, su livelli comunque storicamente bassi. Gli invasi montani del distretto padano sono, a fine luglio, al 41 per cento.
Secondo la sua percezione il livello di allarme è sufficientemente condiviso dall’opinione pubblica e dalla politica? La stiamo capendo bene la situazione attuale?
«La Regione Piemonte ha dichiarato lo stato di emergenza e a breve dichiarerà lo stato di calamità: lo sta facendo in queste ore. Quando una Regione avanza un’ipotesi di questo tipo vuol dire che si è raggiunto un limite tale da superare la normalità. Anche la Lombardi sta conducendo proprio in queste ore le sue valutazioni. Non stiamo parlando di alzare o abbassare la portina del lago, stiamo parlando di una calamità»
Il paragone con il 2022 regge?
«Il 2022 si sta ripetendo nel 2026, ed è ancora più grave. Pensiamo ad esempio all’agricoltura: nel 2022 un agricoltore progettava la semina in base alle condizioni che aveva in quel periodo: sapendo che era già tutto bruciato, magari consumava meno concime e si regolava. Nel 2026 invece fino al 10 giugno l’acqua c’era, per tutti e in abbondanza. E poi di colpo non c’è più stata. Sono condizioni climatiche estreme, che cambiano troppo velocemente e con una potenza senza precedenti»
Ce lo aspettavamo?
«Si sperava che questi cicli avessero almeno un decennio. Non è così. Mi ricordo di aver partecipato all’assemblea di fine anno del canale Villoresi, dove era stata fatta una relazione importante: nei prossimi sette-otto anni aspettiamoci di tutto. Un aumento della temperatura, condizioni estreme da una parte e dall’altra. Adesso stiamo pagando quella da una parte, magari domani paghiamo quella opposta: grandinate violente, autostrade allagate mentre noi siamo a secco. Una violenza incredibile, un clima quasi subtropicale. È un momento del tutto eccezionale».
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