Il caldo record dell’estate 2026 sta già producendo effetti economici su larga scala in Europa. Siccità, incendi, bassi livelli dei fiumi e problemi alla produzione energetica stanno colpendo trasporti, agricoltura, turismo e conti pubblici. Le stime citate da economisti e ricercatori collocano il danno complessivo nell’ordine delle centinaia di miliardi di euro, mentre alcune economie potrebbero perdere tra il 5% e il 7% della crescita entro il 2030.

La ricostruzione pubblicata dal Jerusalem Post descrive un’Europa nella quale più eventi estremi si verificano contemporaneamente e spesso nelle stesse aree, amplificando gli effetti sull’attività economica.

Perché il 2026 pesa più delle precedenti estati calde

Il problema non riguarda un singolo episodio.

Temperature record tra giugno e luglio si sono sommate a siccità, incendi e scarsità d’acqua. L’effetto combinato ha già prodotto difficoltà in settori che normalmente vengono analizzati separatamente.

Sehrish Usman, economista dell’Università di Mannheim, osserva:

«Ciò che rende il 2026 particolarmente preoccupante dal punto di vista economico è che ci sono molteplici episodi di eventi estremi».

E aggiunge:

«Prendiamo le ondate di calore, le siccità, gli incendi… questi eventi si verificano nello stesso momento e soprattutto nelle stesse regioni, sommando i loro effetti».

La simultaneità rende più difficile assorbire il danno. Un’industria può trovarsi a pagare energia più cara, trasporti più lenti e materie prime agricole più costose nello stesso periodo.

Come i fiumi bassi stanno colpendo logistica e PIL

Reno e Danubio sono arterie commerciali decisive per l’Europa continentale.

I bassi livelli dell’acqua stanno limitando fortemente il traffico merci. Meno capacità di carico significa più viaggi, maggiori costi e maggiore pressione sulle alternative ferroviarie e stradali.

ING stima che il blocco della navigazione sul Reno possa ridurre da solo il PIL tedesco di 0,3 punti percentuali nel 2026.

Il problema riguarda anche i carburanti. Le difficoltà del trasporto fluviale rendono più complesso rifornire alcune aree europee, aumentando le differenze di prezzo tra regioni.

La Germania, terza economia mondiale secondo la fonte, risulta quindi esposta sia attraverso la produzione industriale sia attraverso la logistica.

Perché anche la produzione elettrica è sotto pressione

Il caldo non incide soltanto sulla domanda di energia.

Più di sei reattori nucleari hanno dovuto interrompere o ridurre la produzione a causa delle difficoltà legate al raffreddamento.

In Ungheria, MBH Bank stima una perdita di 0,1 punti percentuali di PIL per ogni settimana in cui il principale impianto nucleare del Paese resta fuori servizio.

Questo legame tra alte temperature, disponibilità d’acqua e produzione elettrica obbliga i governi a interrogarsi anche sulla capacità delle infrastrutture energetiche di funzionare durante estati sempre più calde.

Quanto sta perdendo l’agricoltura

Le stime sui raccolti sono state riviste al ribasso.

Le colture raccolte più tardi, tra cui mais e girasole, registravano già a luglio perdite nell’ordine del 6-7%.

Il danno agricolo ha un secondo effetto: può trasferirsi sui prezzi alimentari.

Maximilian Kotz, ricercatore del Barcelona Supercomputing Center, spiega:

«Si osservano effetti maggiori delle temperature estreme sui prezzi alimentari nei luoghi che sono già più caldi, quindi se ci si trova nell’Europa meridionale si vedrà un effetto maggiore».

Da ricordare che già il caldo estremo del 2022 aveva contribuito ad aumentare l’inflazione dell’Eurozona di 0,34 punti percentuali, attraverso l’aumento dei prezzi degli alimenti, con un impatto più forte nei Paesi meridionali.

Quanto può pesare sul PIL europeo

Allianz stima che la sola ondata di caldo durata due settimane a giugno possa sottrarre 0,3 punti percentuali al PIL europeo.

L’effetto assume una dimensione rilevante considerando che l’Eurozona dovrebbe crescere soltanto dell’1% nell’anno.

Hazem Krichene, economista di Allianz, avverte:

«Il conto totale per quest’anno sarà molto più alto».

E precisa:

«Questa cifra non tiene conto degli incendi, delle siccità, dei diversi eventi alluvionali o dell’atteso El Niño».

Per le economie più esposte, come Spagna, Francia e Italia, Allianz stima che il cambiamento climatico possa sottrarre tra il 5% e il 7% della crescita entro il 2030.

Perché i danni possono aumentare dopo l’emergenza

Una delle indicazioni meno intuitive riguarda la durata degli effetti.

Gli eventi estremi producono perdite immediate, ma le conseguenze possono continuare a crescere anche quando l’emergenza è terminata.

Usman spiega:

«Ci si aspetterebbe che il danno fosse maggiore nell’anno in cui si verifica un evento estremo e poi diminuisse, ma troviamo l’opposto».

E aggiunge:

«L’impatto economico cresce negli anni successivi perché il clima estremo mette in moto una catena di conseguenze economiche lente».

Tra queste possono rientrare investimenti rinviati, minore produttività, margini aziendali più bassi e aumento delle necessità di spesa pubblica.

Perché il turismo del Sud Europa potrebbe cambiare

Italia, Spagna e altre destinazioni mediterranee rischiano effetti particolarmente forti.

Carsten Brzeski, economista di ING, pone il problema in termini immediati:

«Riuscite a immaginare turisti che marciano nel Sud Italia o in Spagna con 45 gradi? Io no. Quindi penso che la natura del turismo cambierà».

Secondo questa lettura, il turismo nel Sud Europa potrebbe distribuirsi maggiormente durante l’anno, mentre i picchi estivi potrebbero ridursi.

Parte della domanda potrebbe spostarsi verso il Nord Europa durante i mesi più caldi, con conseguenze per hotel, ristorazione e altre attività legate alle vacanze estive.

Come il caldo incide sui conti degli Stati

Gli effetti fiscali seguono due direzioni.

Da una parte diminuiscono le entrate, perché una minore attività economica riduce il gettito. Dall’altra aumentano le spese per incendi, emergenze, infrastrutture e adattamento.

Allianz stima che il calo delle entrate fiscali annuali collegato alla perdita di produzione possa raggiungere l’1,8% in Francia e l’1,3% in Italia e Spagna.

La progressività dei sistemi fiscali può far diminuire le entrate più rapidamente della produzione.

Allo stesso tempo, le imprese possono vedere ridursi i margini di profitto, comprimendo gli investimenti e alimentando ulteriori perdite negli anni successivi.

Heather Grabbe, senior fellow del think tank Bruegel, osserva:

«Una preoccupazione chiave è che i Paesi facciano ancora troppo affidamento su risposte d’emergenza ad hoc, che sono costose e spesso anche piuttosto inefficienti».

Perché la BCE potrebbe essere coinvolta

L’aumento della spesa pubblica arriva mentre diversi Paesi hanno già livelli di debito elevati.

Francia e Italia vengono indicate tra le economie maggiormente esposte, mentre i governi devono contemporaneamente finanziare difesa e transizione energetica.

Se la necessità di spesa facesse crescere ancora il debito e i mercati reagissero vendendo titoli pubblici, potrebbe aumentare la pressione sulla Banca Centrale Europea.

Brzeski afferma:

«Con una lista così lunga di esigenze di spesa, la tendenza sarà verso un debito pubblico più elevato».

E aggiunge:

«Questo significherà poi pressione sulla BCE perché intervenga e faccia più quantitative easing, se ci fosse un’improvvisa vendita di massa sui mercati obbligazionari».

Il clima entra così direttamente nel dibattito sulla politica monetaria europea: attraverso inflazione alimentare, debito pubblico, minore crescita e maggiori esigenze di investimento.


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