#Finsubito news dalla rete – Meloni non firma il decreto per gli aumenti ai magistrati


La premier non firma il decreto sugli adeguamenti retributivi e mette sul tavolo il confronto con l’autotrasporto: per evitare il blocco delle merci servono circa 100 milioni, un decimo della cifra destinata alle toghe. L’Anm rivendica gli aumenti previsti dalle sentenze del Consiglio di Stato. Si apre un nuovo fronte tra Palazzo Chigi e magistratura.

Quasi un miliardo di euro per gli aumenti degli stipendi dei magistrati. Cento milioni per cercare di impedire che il settore dell’autotrasporto, piegato dal caro carburanti, finisca per bloccare la distribuzione delle merci in tutta Italia. È sufficiente mettere una accanto all’altra queste due cifre per comprendere la ragione politica della decisione di Giorgia Meloni di non firmare il Dpcm che dovrebbe sbloccare gli adeguamenti retributivi delle toghe.

Una scelta destinata a provocare un nuovo scontro con la magistratura, ma che la presidente del Consiglio ha voluto rivendicare pubblicamente, assumendosene tutte le responsabilità. La decisione del Consiglio di Stato che ha sentenziato che lo Stato debba pagare arretrati ed aumenti ai magistrati per un valore di 980 milioni di euro ( con assegni fino a 100.000 euro per ogni magistrati) ha destati molte polemiche e sconcerto in un momento cosi delicato come questo.

“Direttore non firmerò. Se il Consiglio di Stato lo riterrà opportuno, nomini pure il commissario – ha detto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni raggiunta al telefono dall’Adnkronos – Ciascuno si assumerà le proprie responsabilità. Ma in coscienza non posso mettere la mia firma su un Dpcm con il quale dovrei destinare quasi un miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati. È dieci volte tanto rispetto a quello che sto cercando solo per affrontare il tema dell’autotrasporto e impedire che si blocchi la consegna delle merci in tutta Italia. Dopodiché se le associazioni rappresentative vorranno cercare insieme una soluzione sono come sempre pronta ad ascoltarle, anche perché sono convinta che la gran parte dei magistrati comprenda la situazione e le priorità di questo momento”.

Una presa di posizione netta, accompagnata da una motivazione che sposta immediatamente il confronto dal terreno dello scontro istituzionale a quello delle priorità economiche. La presidente reduce dal Consiglio europeo, dove ha condotto con fermezza e coraggio, una battaglia personale proprio sul caro carburanti, chiedendo maggiore flessibilità all’Europa, evidentemente non intende sottrarre risorse per esigenze primarie, per darle ad una categoria che certo non può essere annoverata tra quelle dei più bisognosi.

Il riferimento all’autotrasporto è tutt’altro che casuale. Il governo sta cercando almeno 100 milioni di euro per intervenire sulle difficoltà di un comparto che rappresenta un ingranaggio fondamentale dell’economia nazionale. Il rincaro del gasolio, aggravato dalle tensioni internazionali, sta comprimendo i margini delle imprese e alimentando proteste e timori di blocchi.

Se si fermano i camion, del resto, le conseguenze si propagano rapidamente ben oltre le aziende di trasporto. A rischiare sono le consegne ai supermercati, i rifornimenti alle imprese, la logistica industriale e un sistema distributivo nel quale la gomma continua ad avere un ruolo determinante.

Ed è proprio questo il confronto che Meloni ha deciso di porre al centro della questione: da una parte le risorse necessarie per intervenire su una crisi che rischia di coinvolgere migliaia di imprese e lavoratori; dall’altra una spesa prossima al miliardo di euro per ricalcolare le retribuzioni di una categoria di dipendenti pubblici.

Naturalmente, sul piano giuridico le due voci non sono direttamente intercambiabili. Le somme rivendicate dai magistrati derivano da sentenze e da meccanismi di adeguamento previsti dalla legge, mentre i sostegni all’autotrasporto richiedono specifiche decisioni di bilancio. La mancata firma del Dpcm, quindi, non libera automaticamente un miliardo da destinare ad altre emergenze. Ma la scelta della premier vuole porre una questione politica precisa: come conciliare obblighi di spesa e priorità sociali in un momento nel quale la crisi energetica costringe il governo a cercare risorse aggiuntive per famiglie e imprese?

Secondo le ricostruzioni pubblicate dall’Adnkronos, la controversia riguarda gli adeguamenti retributivi relativi ai trienni 2018-2020 e 2021-2023. Il precedente sistema di calcolo aveva determinato incrementi rispettivamente del 4,85% e del 6,69%. Le sentenze amministrative hanno imposto un diverso metodo che porterebbe gli adeguamenti al 6,22% e al 12,32%.

Gli aumenti degli stipendi dei magistrati, a differenza di altre categorie, non si decidono tramite una contrattazione. Ogni tre anni vengono adeguati per legge, prendendo come riferimento gli aumenti degli altri dipendenti pubblici.

Il Governo fa il calcolo sulla base di parametri  Istat e lo fissa con un Dpcm (Decreto del presidente del consiglio dei ministri). Con il metodo usato fino ad oggi dai governi precedenti, stando alle cifre pubblicate in queste ore, gli aumenti erano del 4,85% per il 2018-2020 e del 6,69% per il 2021-2023. Ma l’Associazione Nazionale Magistrati e altre associazioni di magistrati hanno fatto ricorso, sostenendo che il sistema di calcolo andasse rivisto, e i magistrati del Tar e del Consiglio di Stato hanno dato loro ragione. Così ora con il nuovo metodo, gli aumenti salgono al 6,22% e al 12,32%, quasi il doppio per l’ultimo triennio

Il costo complessivo stimato del ricalcolo, compresi gli arretrati, arriva a circa 979 milioni di euro. Nelle ricostruzioni giornalistiche si parla di importi individuali che potrebbero raggiungere, nei casi più elevati, circa 100mila euro di arretrati e maggiorazioni retributive, con aumenti annui successivi anche nell’ordine dei 20mila euro. Cifre che non rappresentano naturalmente l’importo spettante a ciascun magistrato e che l’Anm contesta nella loro rappresentazione complessiva.

Il Documento programmatico di bilancio trasmesso dal governo prevede per il 2027 un Fondo sentenze da 1,92 miliardi di euro, pari allo 0,08% del Pil, destinato a far fronte agli oneri derivanti da decisioni giudiziarie. Secondo le ricostruzioni pubblicate dal Sole 24 Ore e riprese dall’Ansa, una quota prevalente di queste risorse potrebbe essere assorbita proprio dagli adeguamenti della magistratura.

La questione, dunque, è tutt’altro che simbolica. Si tratta di una spesa rilevante, che arriva mentre il governo è impegnato a trovare coperture. Il vicesegretario Stefano Celli ha chiarito che l’Anm valuterà un ricorso, qualora vi siano i presupposti giuridici, per ottenere il riconoscimento delle somme rivendicate. La magistratura associata insiste su un punto: non si tratterebbe di aumenti concessi per scelta politica, ma dell’applicazione di disposizioni legislative e pronunce giurisdizionali.

Una distinzione che non può essere ignorata. Il trattamento economico dei magistrati segue un sistema di adeguamento periodico previsto dalla legge, collegato all’evoluzione delle retribuzioni nel pubblico impiego. Proprio sulla correttezza dei criteri utilizzati negli anni precedenti sono intervenuti i giudici amministrativi, accogliendo le contestazioni presentate dalle associazioni di categoria.

L’Anm sostiene inoltre che gli arretrati siano il risultato di somme non corrisposte negli anni passati e che gli importi effettivamente spettanti siano inferiori a quelli circolati sulla stampa.

Il nodo giuridico resta quindi aperto e un’eventuale nuova pronuncia potrebbe imporre comunque all’amministrazione di procedere ai pagamenti. Sul piano politico, però, Meloni ha scelto di non sottrarsi al confronto, dichiarandosi disponibile a incontrare i rappresentanti della magistratura per cercare una soluzione.

La vicenda arriva peraltro in una fase particolarmente delicata per l’economia italiana. Dopo il Consiglio europeo di Bruxelles, nel quale il governo ha ottenuto aperture sul sistema ETS e un’intesa con la Commissione sul decreto Bollette, Palazzo Chigi è chiamato a tradurre gli impegni in interventi capaci di contenere i costi dell’energia.

A questo si aggiunge la necessità di fronteggiare le difficoltà dell’autotrasporto, dell’agricoltura e della pesca, comparti nei quali il prezzo dei carburanti incide direttamente sulla sostenibilità economica delle attività.

Il confronto con i magistrati finisce così per assumere un significato più ampio rispetto alla semplice firma di un decreto. Da un lato il rispetto delle sentenze, che costituisce un obbligo per qualsiasi governo; dall’altro la necessità di decidere come distribuire risorse pubbliche limitate durante una fase di emergenza. La premier ha scelto di rendere esplicita questa tensione, anche a costo di aprire un altro contenzioso istituzionale.

Non firmare, però, non significa cancellare un debito dello Stato né risolvere automaticamente il problema delle coperture. La soluzione dovrà essere trovata dentro il perimetro della legge e delle decisioni giudiziarie.

Nel frattempo resta la domanda politica sollevata da Meloni: come spiegare a un settore strategico come l’autotrasporto, per il quale si cercano con difficoltà cento milioni di euro, che nello stesso momento lo Stato deve mettere a disposizione una cifra quasi dieci volte superiore per gli adeguamenti retributivi della magistratura?

È su questa distanza tra le necessità immediate dell’economia reale e gli obblighi accumulati dallo Stato che si concentra il nuovo confronto tra Palazzo Chigi e le toghe. E dalla risposta dipenderà non soltanto l’esito della controversia, ma anche la capacità del governo di conciliare emergenza economica, disciplina di bilancio e rispetto delle decisioni della giustizia.

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