C’è un momento preciso in cui molte startup italiane si perdono. L’idea c’è, il team c’è, la voglia di costruire qualcosa anche, ma il capitale istituzionale non arriva. È troppo presto per i fondi tradizionali e troppo strutturato per i business angel.
Z_One Fund vuole colmare quel vuoto. Il nuovo fondo, gestito da Eureka! Venture SGR, apre il periodo di investimento con un primo closing da oltre 35 milioni di euro, verso un target di 60 milioni. A sottoscriverlo sono CDP Venture Capital (principale Limited Partner), Lazio Innova (attraverso il fondo parallelo Z_One Fund Lazio), Zest e altri investitori.
A guidare il fondo c’è Luigi Capello, tra i pionieri del venture capital italiano. Al suo fianco Giulio Montoli e Giulia Fazzini, due emerging manager VC-native: una figura ancora rara in Italia, cresciuta dentro l’ecosistema startup e non dal lato del tavolo dove si firma il term sheet.
Montoli arriva dall’accelerazione e dagli investimenti pre-seed, ed è stato responsabile della gestione di uno dei più ampi portafogli italiani di startup. Fazzini ha seguito le società lungo tutto il loro ciclo di vita: lo scouting, gli investimenti early stage, l’accompagnamento delle partecipate, fino all’exit.
Insieme, i tre contano oltre 340 investimenti, più di 25 exit e un portafoglio gestito di oltre 80 milioni, con operazioni come FitPrime, JetHR, Vikey, Robot.com e 2Hire.
“Investire fin dall’inizio”: il gap di capitale dei primi round
I round pre-seed e seed restano territorio di angel investor e acceleratori, con assegni contenuti, un supporto che va a intermittenza e startup che faticano ad arrivare ai round successivi.
Z_One vuole essere il primo investitore istituzionale di queste società, con ticket iniziali fino a 250mila euro. L’assegno non è l’unico strumento. C’è anche un programma strutturato di accelerazione, inserito nella Rete Nazionale Acceleratori di CDP Venture e sviluppato con Zest, tra i leader dell’early stage italiano.
Per Capello la questione riguarda tutta la filiera: «Il venture capital italiano ha bisogno di una filiera finanziaria per far crescere le startup ad alto potenziale. Questo richiede capitale istituzionale disposto a investire fin dall’inizio e la capacità di affiancare i founder nello sviluppo del business. La nostra ambizione è contribuire a farle nascere in Italia con una prospettiva europea».
Capitale e accelerazione in un unico modello
Quando il primo investitore istituzionale è anche l’acceleratore, la relazione cambia, e Giulia Fazzini parte da come l’accelerazione è stata intesa finora: «Per anni abbiamo interpretato l’accelerazione come un percorso formativo e vetrina per mettere in risalto le startup. Era quello che serviva in un ecosistema emergente dove non erano ancora diffuse best practice internazionali del VC e un certo grado di consapevolezza nel mercato».
Altrove, spiega, è andata diversamente: «Negli ecosistemi più evoluti, l’accelerazione è sempre stata considerata un meccanismo di crescita per le società in un portafoglio di investimento e quindi mai scollegata da logiche finanziarie. Oggi pensiamo che l’ecosistema sia pronto ad accogliere questo step in avanti e che i founder possano beneficiare di un supporto mirato, poco invasivo e che si concentra esclusivamente sul potenziamento del loro network».
Fino a 100 investimenti: “pochi outlier fanno la differenza”
Cento società sono tante, e viene da chiedersi se la quantità non vada a scapito della qualità. La risposta sta nel modo in cui il fondo distribuisce il capitale. Il modello si regge su due tempi. Prima un’ampia diversificazione, poi i follow-on selettivi, che concentrano il capitale sulle società capaci di dimostrare milestone concrete. La logica, dice Giulio Montoli, è quella del mestiere: «I rendimenti seguono una distribuzione in cui pochi outlier fanno la differenza. Un portafoglio diversificato aumenta le possibilità di intercettare queste società, per poi concentrare le risorse su quelle con il maggiore potenziale di crescita».
Per Montoli il valore di un fondo si giocherà, nei prossimi anni, soprattutto sulla capacità di riconoscere e cogliere le opportunità migliori. Il bacino, intanto, non si ferma ai confini nazionali: «La possibilità per Z_One di investire anche in realtà internazionali amplia ulteriormente le opportunità».
Le aree di investimento: IA e Urbantech
L’intelligenza artificiale da una parte, edifici, mobilità e acqua dall’altra. Z_One Fund concentra il proprio deal flow su due verticali che a prima vista hanno poco in comune. IA Applications riguarda le startup che portano l’intelligenza artificiale nei processi di imprese e pubbliche amministrazioni, dai servizi finanziari al retail, dalla formazione alla sicurezza digitale. Urbantech riguarda le tecnologie che trasformano le città: l’efficienza energetica degli edifici, la mobilità, la gestione di acqua e rifiuti, la rigenerazione degli spazi pubblici.
Per Fazzini il legame sta nel punto di partenza: «Viviamo in un mondo con una forte polarizzazione tra economia reale ed economia finanziaria». Nello scegliere dove investire, spiega, il fondo ha guardato alle tecnologie abilitanti come l’IA, ma anche a dove «possano avere un impatto concreto nella vita delle persone». E la città è il luogo dove questo impatto si vede di più: «Il contesto urbano è il campo dove si giocano tantissime partite per il sistema sociale ed economico di oggi e del futuro».
C’è un precedente, ricorda: «Quello che un decennio fa erano le Smart Cities, con le tecnologie emergenti del periodo (cloud, mobile, IoT etc.), oggi è rappresentato dall’Urbantech».
Come si seleziona una startup: team, mercato e visione
Scelti i verticali, resta il problema di come si valuta una startup che quasi non esiste. Per Giulio Montoli, all’inizio la startup si riduce a team, mercato e al rapporto tra i due, e il problema da risolvere deve essere «abbastanza diffuso da essere inevitabile che qualcuno prima o poi costruisca un’industria intorno a ciò».
Siccome all’inizio c’è soprattutto una visione, conta chi sa raccontarla: «È fondamentale che il team riesca a trovare il sostegno finanziario necessario veicolando la propria visione a potenziali investitori con entusiasmo, carisma ed empatia». A rendere la partita meno tecnica, almeno nei verticali di Z_One, sono le barriere di sviluppo, scese «notevolmente». Le sfide si affrontano ora con un «approccio più olistico legato al prodotto, ai bisogni soddisfatti e all’esperienza dei clienti».
Una rete di investitori
Z_One può contare su una rete di investitori che tiene insieme capitale pubblico, fondazioni e operatori privati. Per il CEO di Eureka! Venture SGR Stefano Peroncini «il venture capital ha bisogno di modelli sempre più specializzati e verticali, capaci di coniugare talento imprenditoriale, capitale, competenze e supporto operativo». Da qui l’ambizione del fondo: «offrire agli investitori un’esposizione ampia e diversificata all’innovazione, accompagnando nuovi imprenditori fin dalle primissime fasi di sviluppo attraverso un modello unico che integra investimento e accelerazione». Per le startup in portafoglio, l’Italia è il punto di partenza. L’Europa, lo spazio naturale di crescita.
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