Le porte di fede, carità e speranza- ‘Sagrada Familia’



Sia la prima lettura che il Vangelo, ci ricordano che amare non è qualcosa di astratto ma si manifesta in modo concreto ed in particolare nell’aprirsi per accogliere gli altri, la vita, la realtà e Dio. Amare apre alla libertà, al dar voce a ciò che siamo, è fiorire, il contrario è restare prigionieri di sé stessi. Gesù nel brano di Matteo ci svela, attraverso alcuni esempi, cosa significa amare davvero: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me”: Esistono i legami famigliari che sono certamente preziosi ma non possono diventare dei legacci che impediscono di prendere il volo e compiere la propria strada. Il contesto nel quale parla Gesù è quello dove il potere del marito e del padre era indiscusso sia sulla moglie che sui figli.

Tutti cresciamo in una famiglia, siamo poi chiamati a lasciarla per crearne un’altra, per intraprendere dei sentieri personali, per prenderci cura di altri e questo si realizza in svariate forme. È importante coltivare e custodire i legami famigliari ma questi non possono diventare delle catene che impediscono ai figli di compiere le loro scelte. Amare è aprirci alla vita, è scoprire i nostri talenti e metterli in gioco per generare, non solo in ambito famigliare. Anche in altre relazioni si possono creare dei vincoli poco sani che non consentono alle persone di sbocciare. Gesù poi afferma: “Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me”, è la prima delle due volte che nel Vangelo appare il termine croce. È un’immagine per esprimere che amare significa imparare ad accogliere la realtà per ciò che è. Alcune volte questo richiede fatica perché significa mettere amore non in un mondo ideale ma lì dove viviamo, con le persone che abbiamo accanto, per ciò che siamo.

Sovente pensiamo di poter amare e realizzarci soltanto a date condizioni e invece Gesù ci insegna che si può mettere amore in ogni situazione che si vive anche la più inaspettata od apparentemente sfavorevole. Gesù aggiunge: “Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà”. Vivere è aprirsi, non è pensare solo a se stessi, è prendersi cura di qualcosa, di qualcuno, è trovare uno scopo nel quale convogliare ed utilizzare energie e risorse; poi dice ancora: “Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato”; amare è aprirsi a Dio, accoglierlo, entrare in relazione con Lui che abita nel nostro intimo, un Dio che non ci vuole assoggettati, che non ci considera schiavi ma amici e per questo desidera tessere un legame amichevole. Ultimo passaggio che evidenzio è il seguente: “chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”. Offrire un bicchiere d’acqua sembra poca cosa ma in realtà è un gesto grande, implica avere uno sguardo aperto, attento, un cuore che si accorge del prossimo, che non è concentrato esclusivamente sulle proprie esigenze e priorità.

Domenica scorsa ho accennato alla Sagrada Familia; attingo a questa immensa opera dell’architetto Antoni Gaudì per evidenziare le tre facciate che possiede, quella ad est dedicata alla Natività, ad ovest alla Passione e a sud alla Gloria di Dio. Ciascuna affacciata sul mondo con tre portali che ci fanno comprendere che il cuore di Dio è davvero aperto e pronto ad accogliere tutta l’umanità che non proviene mai da una sola direzione ma si muove su diversi cammini e sentieri. Pongo l’attenzione alla facciata della Natività, l’unica che Gaudì ha potuto vedere terminata, essa celebra la vita che si fa presente nel mondo e per questa ragione è orientata ad est per catturare i primi raggi del sole. Possiede tre ingressi che simboleggiano fede, carità e speranza, le cui porte sono opera dello scultore giapponese Etsurō Sotoo (1953), che negli anni ’80 entrò a far parte del cantiere della basilica e questo favorì la sua conversione; esse sono realizzate in alluminio policromo e vetro decorato creando effetti floreali e naturalistici, ci ricordano che per far sbocciare in noi fede, speranza ed amore occorre essere pronti ad aprirsi a Dio, alla bellezza della vita e agli altri; in particolare amare implica varcare la soglia, uscire da sé  stessi per fiorire pienamente, generare e diffondere germogli di vita, di gioia e di bellezza. 

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Letture d’arte è un’idea nata dieci anni fa che don Quattrone ha realizzato e che sta portando avanti per il settimanale Il Corriere della Valle della Diocesi di Aosta. Si tratta del commento delle letture della domenica compiendo un viaggio nello sconfinato panorama della storia dell’arte. Ogni settimana accosta la Parola di Dio della domenica ad un’opera, spaziando in varie forme espressive quali la pittura, la scultura, l’installazione, la fotografia, l’architettura.

Si tratta di un percorso che si muove nelle varie epoche, senza pregiudizi, scoprendo la forza e la bellezza non solo dell’arte antica ma anche di quella moderna e contemporanea. Questo cammino è iniziato quasi per gioco e sulla scia degli studi compiuti all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano dove Paolo Quattrone si è laureato nel 2008. La sfida è quella di riscoprire l’arte come canale privilegiato per rientrare in noi stessi, parlare di Dio e andare a Lui.

Il pensiero di fondo che caratterizza questa esperienza è quello che un’opera d’arte è tale nel momento in cui riesce a farci andare oltre la superficie, oltre la realtà. L’artista, come sosteneva Kandinskij, è un sacerdote che ha la missione di aprirci una finestra verso l’oltre, per farci accorgere che esiste una dimensione spirituale, per aiutarci ad esplorare i sentieri dello spirito. Questo ha portato don Quattrone ad affermare senza ombra di dubbio che tutta l’arte è sacra. E’ un errore immenso distinguere tra arte sacra e profana! Esiste l’arte religiosa e non, ma non è il soggetto rappresentato che rende sacra o meno una pittura, una scultura, un brano musicale o un film ma è ciò che trasmette, l’energia, la forza che suscita nel cuore dello spettatore.

Questa esperienza è possibile non soltanto ammirando opere a soggetto religioso ma anche contemplando quadri, sculture, installazioni che apparentemente sembrano non comunicare nulla di profondo. Un’opera d’arte è tale quando acquista una sua autonomia, una vita propria, quando riesce a far compiere all’osservatore riflessioni e percorsi che vanno oltre le intenzioni dell’autore.

Accostare Parola di Dio e arte vuol dire far convivere due canali che hanno la finalità di farci andare oltre la superficie, che conducono l’uomo a pensare, a scoprire la dimensione spirituale della propria esistenza.  




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