Dalla startup nata in Indonesia alla quotazione al Nasdaq: il modello di business, i numeri, i punti di forza e le ombre sulla sostenibilità del primo unicorno high-tech italiano, Bending Spoons.
Il successo della quotazione di Bending Spoons alla borsa di New York è un risultato che ci riempie di orgoglio come italiani. Dimostra che in Italia può nascere un unicorno high-tech capace di debuttare al Nasdaq al fianco dei grandi colossi come Space X, Nvidia e Apple. Un risultato che sfida le strutturali difficoltà del mercato finanziario italiano di supportare le start up, raggiunto grazie alla forza dalle idee, alla capacità e alla determinazione dei fondatori Francesco Patarnello, Matteo Danieli, Luca Quarella e Luca Ferrari, attuale CEO del gruppo.
Bending Spoons ha debuttato sul mercato azionario statunitense con un prezzo di collocamento di 29 dollari per azione, superiore alla forchetta inizialmente prevista tra 26 e 28 dollari. Nel primo giorno di contrattazioni, le azioni hanno toccato un massimo di otre 40 dollari, per poi assestarsi successivamente attorno ai 35 dollari, quindi ancora sopra al prezzo di debutto. La società ha collocato circa 58 milioni di azioni ordinarie, di cui oltre 34 milioni di nuova emissione. Al debutto, l’azienda guidata da Luca Ferrari ha raggiunto una capitalizzazione di mercato vicina ai 18,5 miliardi di dollari, a conferma di una domanda da parte degli investitori istituzionali ampiamente superiore all’offerta. Sul fronte dei risultati economici, Bending Spoons ha archiviato il 2025 con ricavi consolidati pari a 1,3 miliardi di euro e reddito operativo adjusted di 613 milioni di euro, corrispondente a un margine del 47%.
Tutto vero. Ma sul fronte della sostenibilità Bending Spoons non può certo essere considerata tra i primi della classe. Non perché vi siano particolari criticità evidenti, quanto piuttosto perché non sembra aver ancora sviluppato una piena consapevolezza del ruolo strategico di questi temi e di come un’azienda orientata al futuro debba integrarli nel proprio modello di crescita. I fondatori-manager non esplicitano una visione chiara e articolata sulle tematiche ESG. Sul sito della società manca una sezione dedicata alla sostenibilità e, nel prospetto di quotazione, lo spazio riservato a questi aspetti appare più come un elenco di possibili fattori di rischio e di responsabilità che come la dichiarazione di un impegno concreto e di una strategia di lungo periodo.
La storia di Bending Spoons
La nascita del gruppo viene evocata, anche nel prospetto, con i toni delle leggende delle start up USA. Qui non siamo in un garage, ma sulle spiagge indonesiane dopo la laurea università dei tre futuri founders. “Nella notte del 2 agosto 2010, durante un viaggio di laurea a Lombok, in Indonesia, Francesco Patarnello, Matteo Danieli e Luca Ferrari prendono una decisione destinata a cambiare il loro futuro: fondare insieme una startup. Due mesi dopo nasce Evertale, una app che punta a usare l’intelligenza artificiale per creare automaticamente il diario personale degli utenti” si legge nelle prime pagine del tomo destinato agli investitori.
Il primo tentativo, la società Evertale, si rivela un fallimento e del milione di dollari raccolto ai soci restano 40 mila dollari. Anziché arrendersi i tre decidono di ripartire dando vita a una nuova impresa insieme a Luca Querella e Tomasz Greber, con l’obiettivo di non ripetere gli errori del passato, a partire dalla mancanza di un reale product-market fit.
Il modello di business di Bending Spoons
Dall’esperienza di Evertale i fondatori ricavano due lezioni destinate a diventare il cuore del loro modello di business. La prima è che il successo di una startup dipende in larga misura dalla fortuna, soprattutto nel trovare il product-market fit, ovvero la capacità di un prodotto o servizio di soddisfare i bisogni di un mercato specifico. La seconda è che l’eccellenza operativa, invece, non è questione di caso, ma di competenze, metodo e miglioramento continuo. Su queste basi nasce la strategia di Bending Spoons.
L’obiettivo non è creare ogni volta un nuovo prodotto di successo, ma costruire una macchina operativa capace di far crescere qualsiasi business digitale. Il modello è semplice: acquisire aziende digitali già avviate, migliorarne prodotti, processi e redditività, quindi reinvestire i profitti in nuove acquisizioni, alimentando un ciclo di crescita continua. Fin dall’inizio, i fondatori considerano la loro vera innovazione non le singole applicazioni, ma l’organizzazione stessa, ossia una piattaforma gestionale progettata per creare valore in modo sistematico, indipendentemente dal prodotto. Il claim dell’azienda è “acquisiamo e miglioriamo prodotti iconici”.
Tra le acquisizioni più rilevanti figurano Evernote, WeTransfer, Meetup, Brightcove, Vimeo, AOL ed Eventbrite.
I conti di Bending Spoons
L’azienda italiana ha registrato nel 2025 un fatturato di 1,3 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto ai 671 milioni del 2024. Nel primo trimestre del 2026 i ricavi hanno raggiunto i 601 milioni di euro. Tra il 2023 e il 2025 il tasso annuo composto di crescita del fatturato (CAGR) è stato dell’84%, una performance sostenuta in larga parte dalla strategia di acquisizioni. Nel solo 2025 Bending Spoons ha completato sei operazioni per un valore complessivo di 1,92 miliardi di euro, mentre nei primi tre mesi del 2026 ha realizzato altre due acquisizioni per oltre 2 miliardi.
Nel 2025 il gruppo ha registrato un reddito operativo adjusted di 613 milioni di euro. L’indicatore esclude gli ammortamenti e le svalutazioni delle attività immateriali acquisite, i costi legati alle operazioni straordinarie, gli oneri di riorganizzazione e altri elementi non ricorrenti. Considerando anche queste componenti, il reddito operativo si riduce a 278 milioni di euro. Nel primo trimestre del 2026 il reddito operativo adjusted è triplicato a 308 milioni di euro, rispetto ai 120 milioni dello stesso periodo dell’anno precedente. A livello di risultato netto, gli ultimi dodici mesi si sono chiusi con una perdita di 200 milioni di euro, mentre il primo trimestre del 2026 è tornato in utile.
Il gruppo può contare su circa 500 milioni di utenti attivi al mese e su 9 milioni di abbonati paganti, dato aggiornato a marzo 2026. Nel primo trimestre del 2026 l’84% dei ricavi è derivato dagli abbonamenti e il 12% dalla pubblicità.
La sostenibilità in Bending Spoons
Forse c’è ma non si vede. Per farsi un’idea della politica di sostenibilità di Bending Spoons il sito non è di aiuto. Non esiste una sezione dedicata e non si trovano documenti a riguardo. Andando a ben cercare, tuttavia, qualche cenno si trova. Per esempio nel comunicato del 2023 sull’ingresso in Bending Spoons, il private equity NB Renessaince scrive: “anche la decarbonizzazione è una priorità fondamentale per l’azienda, che dal 2021 si è impegnata a raggiungere la carbon neutrality attraverso la riduzione e permanente compensazione delle emissioni di anidride carbonica”.
Il fondo dichiara di “volere sostenere Bending Spoons in diverse attività, tra cui: la pubblicazione del primo ESG Report con l’adozione dei nuovi principi di rendicontazione GRI e dei futuri requisiti CSRD, il miglioramento del Consiglio di Amministrazione in termini di diversità e indipendenza, il potenziamento del comitato di sostenibilità interno al fine di trasformarlo in un organo ad elevato impatto strategico, insieme ad altri obiettivi da fissare per rendere il Gruppo protagonista dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile”. Ma se ciò sia stato realizzato non è stato comunicato.
L’unica dichiarazione diretta del gruppo, tramite un post di LinkedIn risalente al 2023, recita: abbiamo fatto i calcoli e scoperto che sarebbero necessari circa 9.000 alberi per compensare il 100% delle emissioni di gas a effetto serra generate da Bending Spoons attraverso le proprie attività dirette e indirette. Per questo motivo, lo scorso anno abbiamo piantato 9.000 alberi. E per lo stesso motivo ci impegniamo a realizzare un’iniziativa analoga anche nel 2023”.
Il disclaimer nel prospetto di quotazione al Nasdaq di Bending Spoons
Nel paragrafo dedicato alla sostenibilità all’interno del prospetto (mezza pagina per un tomo di 371 pagine) si descrive il contesto in cui la crescente attenzione di regolatori, investitori e altri stakeholder ai temi della sostenibilità, in particolare per quanto riguarda i consumi energetici dell’AI, potrebbe influenzare le decisioni di investimento nei confronti di Bending Spoons. Per questo il gruppo potrebbe essere sottoposto a un crescente scrutinio sulle proprie politiche ESG.
Bending Spoons riconosce che sarà soggetta a norme sempre più stringenti in materia di sostenibilità e governance, tra cui la Direttiva europea sulla rendicontazione di sostenibilità (CSRD). Nel prospetto avverte che l’adeguamento potrebbe richiedere modifiche alle politiche aziendali, maggiori obblighi informativi e un significativo impiego di tempo e di risorse, mentre eventuali inadempienze potrebbero comportare sanzioni e danni reputazionali.
Il prospetto aggiunge che Bending Spoons potrebbe decidere di modificare il proprio approccio alla sostenibilità, con costi elevati e senza la garanzia di ottenere i risultati attesi. Avverte inoltre che, se le politiche ESG dei concorrenti fossero percepite come più credibili, investitori e mercato potrebbero preferirli. Inoltre, l’incapacità di tenere il passo con l’evoluzione delle aspettative pubbliche e del quadro normativo potrebbe avere effetti negativi su attività, risultati, situazione finanziaria e reputazione.
In altre parole, riconosce che anche la sostenibilità rappresenta un elemento di concorrenza.
Il valore per le persone di Bending Spoons
Per Bending Spoons le persone rappresentano il principale asset dell’azienda e attrarre i migliori talenti è una delle priorità strategiche. Per questo gli “Spooners” sono coccolati con benefit di vario tipo e beneficiano di un ampio pacchetto di welfare, che comprende assicurazione sanitaria, pasti gratuiti in ufficio, programmi di formazione continua e retreat aziendali in località affascinanti come Bali, Mauritius e Seychelles. Il gruppo sottolinea inoltre di offrire retribuzioni nella fascia più alta del mercato e un’organizzazione del lavoro flessibile, che consente ai dipendenti di gestire tempi e modalità di lavoro con ampia autonomia.
Per Bending Spoons ciò che conta non è il curriculum o l’anzianità, ma la capacità di “generare impatto”, parametro al quale sono legati sia i bonus sia la valutazione delle performance. Pur trattandosi di un criterio in parte qualitativo, l’azienda assicura di adottare parametri chiari e trasparenti, utilizzati anche per garantire equità di trattamento tra i dipendenti. Quindi largo ai giovani. Che accolgono con entusiasmo l’idea di lavorare in un gruppo considerato all’avanguardia sotto molti punti di vista. Nel 2025 Bending Spoons ha ricevuto circa 800 mila candidature e, dopo un processo di selezione, ne ha assunte appena 286. Il gruppo è da anni tra i “Best places to work” a livello italiano ed europeo. Oltre all’eccellenza delle competenze, Bending Spoons valorizza efficienza, concretezza, capacità di lavorare duramente e forte orientamento ai risultati. Il superpotere richiesto? La sincerità.
Certo, la musica è un po’ diversa per i dipendenti delle società acquisite che tendenzialmente vengono lasciati a casa: proprio perché il modello di business prevede di ripartire da zero applicando il “metodo Bending Spoons” alle società che entrano in portafoglio.
La governance di Bending Spoons
Sul fronte della governance, Bending Spoons presenta un approccio solido, con policy definite sui temi più rilevanti per il gruppo, dall’intelligenza artificiale alla gestione della creatività, fino alla cybersecurity. L’azienda si è inoltre dotata dei presidi previsti dal D.Lgs. 231/2001, di una policy contro la schiavitù moderna e di un canale di whistleblowing.
Il nuovo Codice Etico, entrato in vigore il 30 giugno, oltre a disciplinare le regole di condotta del gruppo richiama anche l’impegno ambientale: “ci impegniamo a proteggere l’ambiente e a promuovere un utilizzo responsabile delle risorse naturali, tenendo conto degli aspetti ambientali nei nostri rapporti con i fornitori. Le nostre azioni sono guidate dai principi di precauzione e prevenzione, nonché dai principi sanciti dalla Dichiarazione di Rio sull’Ambiente e lo Sviluppo delle Nazioni Unite”.
I punti di forza di Bending Spoons
Il principale punto di forza del business è la capacità di acquisire e trasformare aziende digitali mature attraverso un modello operativo proprietario e scalabile, orientato alla creazione di valore nel lungo periodo. Gli investimenti sono selezionati in base al ROI atteso, più che al potenziale di crescita organica. Il modello, sottolinea il prospetto, è altamente replicabile: la società ha individuato oltre 1.000 potenziali target, tra aziende digitali private e quotate, con un fatturato aggregato di circa 400 miliardi di dollari. Inoltre, ritiene di essere ben posizionata per sfruttare il crescente impatto dell’intelligenza artificiale.
Altro punto di forza è il patrimonio di dati proprietari costruito grazie alle oltre 50 società acquisite. Tale base informativa comprende i risultati di oltre 3.000 prove di prodotto condotti in un solo anno e un’infrastruttura in grado di elaborare circa 3,8 miliardi di datapoint al giorno, fornendo insight su comportamento degli utenti, pricing, marketing e monetizzazione.
A ciò si affianca un ecosistema di tecnologie proprietarie sviluppate internamente, che comprende piattaforme di sperimentazione, infrastrutture dati, modelli predittivi del Customer Lifetime Value (LTV) e strumenti di analisi e automazione a supporto dello sviluppo dei prodotti e della crescita.
I punti di debolezza di Bending Spoons
I limiti, potrebbero risiedere proprio nel modello stesso. Un’analisi del Financial Times sul modello di business di Bending Spoons sottolinea come l’azienda, operi di fatto, come un private equity, ma con la differenza che investe capitali propri e, dopo avere ristrutturato il business, non lo rivende realizzando la plusvalenza, ma lo tiene in portafoglio.
La redditività, quindi, deve arrivare dal flusso di utili delle società messe a nuovo. Tuttavia, secondo il Financial Times, il continuo cambiamento del perimetro di consolidamento rende difficile valutare quale sia la reale capacità del management di creare valore e rendere strutturalmente profittevoli le aziende acquisite.
Il ROI, sottolinea sempre l’analisi del quotidiano londinese, calcolato utilizzando il reddito operativo adjusted, è pari al 18%. Se però si includono anche i costi di acquisizione, che, per un’azienda la cui attività caratteristica è rappresentata dalle operazioni di M&A, costituiscono un costo ricorrente, il rendimento scende all’11%.
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Alessandra Frangi
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