nel mirino attivisti contro discriminazioni e schiavitù


La biologa e militante femminista denuncia un crescente clima di violenza e repressione contro chi protesta per i diritti delle donne e della comunità haratin. Critiche al presidente Ghazouani anche in seno al sistema

Un conflitto sociale sempre più acceso in Mauritania. Durante una manifestazione pacifica a Nouakchott, il 1° luglio, il deputato e presidente del movimento abolizionista IRA (Iniziativa per la Rinascita del movimento Abolizionista), Biram Dah Abeid, e la moglie e collega attivista antischiavista Leïla Hmaida sono stati feriti.

I due sarebbero stati presi di mira dalle forza di sicurezza: Hmaida è stata gettata a terra, presa a calci e colpita con i manganelli. Un agente avrebbe tentato di spruzzarle un liquido irritante in faccia. Dah Abeid è stato invece colpito agli occhi con la stessa sostanza, perdendo conoscenza.

La manifestazione sosteneva Mariem Cheikh Samba Dieng e Ghamou Salem Achour, due deputate attive nel movimento IRA processate lo stesso giorno. Sono state arrestate il 9 e il 10 aprile. Dieng aveva contestato in una diretta Facebook le discriminazioni e le violazioni dei diritti umani che subiscono gli attivisti abolizionisti della comunità haratin.


Achour è stata arrestata per aver denunciato l’arresto della collega. Il 4 maggio sono state entrambe condannate a quattro anni di prigione ai sensi della cosiddetta “legge dei simboli”: adottata nel novembre 2021, la legge mira a proteggere i simboli nazionali e l’unità del paese.

Tuttavia, sin dalla sua entrata in vigore, si è registrata una contrazione della libertà di espressione: a febbraio sono state arrestate Warda Ahmed Souleymane, giornalista e responsabile della comunicazione dell’IRA, le informatrici Lalla Vatma e Rachida Saleck, anche loro attive nell’IRA. Ma gli arresti sarebbero di più.

Intanto è in corso il “dialogo nazionale” lanciato dal presidente Mohamed Ould Cheikh Ghazouani a novembre 2024, in occasione del 64esimo anniversario dell’indipendenza della Mauritania. L’obiettivo dichiarato è aprire un confronto con l’opposizione e rafforzare la coesione sociale. Ma non tutti sono dello stesso avviso.

Ne abbiamo parlato con Mekfoula Mint Brahim, biologa e attivista femminista mauritana. Presiede Pour une Mauritanie verte et démocratique, organizzazione per i diritti umani attiva nell’emancipazione femminile nelle aree rurali. Nel 2020 ha ricevuto il premio Front Line Defenders per il suo impegno nella difesa dei diritti umani.

Mekfoula Mint Brahim

Lei è attivista femminista. Ci sono stati degli episodi nello specifico che l’hanno diffamata in quanto donna?


Nel 2010 sono stata la prima donna in Mauritania a pubblicare una mia fotografia sui social network. Per questo sono stata insultata, diffamata e accusata di praticare il tabarruj, un termine usato in alcune interpretazioni religiose per stigmatizzare le donne che si truccano o curano il proprio aspetto, mettendone in discussione la moralità.

Nonostante queste intimidazioni, ho continuato il mio impegno. Credo di aver contribuito ad ampliare gli spazi della libertà di espressione e a mettere in discussione pratiche imposte alle donne, come l’obbligo di coprire il volto con il velo (el haf): non ho mai accettato di uscire con il volto coperto da un velo, scoprendolo solo all’altezza della bocca quando parlavo.

Qual è la sua posizione attuale nella società mauritana?

Attualmente sono esclusa dai media ufficiali e da molti media privati, che evitano di invitarmi per timore di perdere il sostegno economico dello stato. I social network sono il mio principale spazio di espressione. Tuttavia, gli insulti, le campagne di odio e le violenze verbali rendono questo impegno estremamente logorante.

Ripercorriamo la dinamica dell’arresto e condanna delle deputate Mariem Cheikh Samba Dieng e Ghamou Salem Achour del movimento abolizionista IRA…


Le deputate Dieng e Salem godono dell’immunità parlamentare e sono difensore dei diritti umani, in particolare della comunità haratin, cioè dei discendenti degli ex schiavi. Provengono da famiglie i cui genitori o nonni erano schiavi. Sono state arrestate nel cuore della notte e poi imprigionate: la loro unica colpa è stata denunciare le discriminazioni che subiscono i militanti abolizionisti.

Nell’immaginario collettivo, una persona nera è talvolta ancora associata alla condizione servile e nel linguaggio quotidiano sopravvivono espressioni discriminatorie come «ex schiavo» o «servitore». A decenni dall’indipendenza, lo stato non è riuscito a eliminare queste rappresentazioni né a integrare realmente i discendenti degli ex schiavi, rimasti in larga parte emarginati e con scarso accesso all’istruzione.

Esiste ancora la schiavitù in Mauritania? Cosa bisognerebbe fare per affrontarla definitivamente?

La schiavitù esiste ancora in Mauritania, sebbene abbia assunto forme diverse. Continuano a essere segnalati casi, soprattutto nelle aree remote, mentre le proteste vengono spesso represse. Lo stato tende a minimizzare il problema proponendo interpretazioni e soluzioni che non ne affrontano le cause.

Sarebbero necessarie politiche ambiziose di scolarizzazione, inclusione e pari opportunità per superare una società ancora segnata da logiche tribali, gerarchie sociali ed eredità della schiavitù. Anche il sistema educativo contribuisce al problema: alcuni manuali contengono rappresentazioni discriminatorie e in alcune scuole coraniche si insegna ancora che la schiavitù trova una giustificazione nell’islam.


Finché queste idee continueranno a essere trasmesse di generazione in generazione, sarà difficile costruire una società fondata sull’uguaglianza, sulla dignità e sulla piena cittadinanza di tutti.

Intanto è in corso il “dialogo nazionale”. Cosa ne pensa?

Non credo che vi sia una reale volontà di aprire un dialogo nazionale. Questioni fondamentali, come i diritti, la distribuzione del potere e delle ricchezze, vengono sistematicamente evitate. Lo stato applica una logica che si potrebbe definire di «stato permanente»: invita al dialogo solo le organizzazioni e gli attori che gli sono favorevoli o vicini, mentre le voci critiche e l’opposizione restano escluse.

A mio avviso, questo dialogo serve soprattutto a preparare un prolungamento del mandato dell’attuale presidente, che si avvicina alla sua conclusione (Ghazouani è stato rieletto per un secondo mandato quinquennale nel giugno 2024 e, stando alle leggi attuali, non può ricandidarsi, ndr), mentre le critiche nei suoi confronti continuano ad aumentare anche in seno al sistema, sebbene siano espresse con discrezione.

Si ringrazia la giornalista Yamina Baïr per la traduzione dall’arabo





#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 michelatrevisan

Source link

Di