Il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, ha annunciato su X di avere interrotto ogni contatto con l’Alta rappresentante dell’Ue per la politica estera e di sicurezza comune, l’ex premier estone Kaja Kallas, in seguito alle sue dichiarazioni su Israele. “Kaja Kallas […] da tempo agisce nei confronti dello Stato di Israele in modo ossessivo e con una palese mancanza di imparzialità” scrive il titolare della diplomazia di Tel Aviv. “Recentemente, è stato riportato che, durante una visita in Messico, avrebbe paragonato Israele al regime razzista di apartheid che esisteva in Sudafrica. Sono grato ai numerosi rappresentanti eletti europei che hanno condannato questa grave affermazione”.
“Fino a oggi, non è stata rilasciata da parte sua alcuna smentita, chiarimento o risposta riguardo a questa dichiarazione, che considero estremamente grave” continua Sa’ar su X. “Pertanto, in qualità di ministro degli Esteri dello Stato di Israele, non ho altra scelta che interrompere ogni contatto con la signora Kallas fino a quando non ritirerà quella che considero una calunnia rivolta all’unico Stato ebraico del mondo, che è anche l’unica democrazia del Medio Oriente. Ed è esattamente ciò che intendo fare”.
La risposta: “I due Stati sono l’unica via per la pace in Medio Oriente”
La risposta di Kaja Kallas non si è fatta attendere: “Caro Gideon, come sai, l’Ue e Israele hanno molto che ci lega. Valuto il nostro dialogo e il nostro impegno, e sono aperta a continuare in quello spirito, in modo rispettoso e costruttivo. Il dialogo è la base della diplomazia, specialmente quando emergono differenze. L’Ue è sempre impegnata in una relazione costruttiva con Israele” scrive l’Alto Rappresentante in risposta, sempre su X. “Per portare la pace in Medio Oriente, la soluzione dei due Stati rimane l’unica via percorribile. L’Ue ha condannato gli insediamenti israeliani illegali in Cisgiordania, che rendono sempre più difficile raggiungere quell’obiettivo. Questa è la posizione dell’Ue” conclude Kallas.
Parole, quelle della leader estone, a cui Sa’ar replica a sua volta, puntualizzando che “lei si astiene dal negare o condannare ciò che le è stato attribuito. Questo parla da solo. Per quanto ne so, le dichiarazioni a lei attribuite riguardo all’apartheid non riflettono la posizione dell’Unione Europea. La questione è semplice: se ha effettivamente pronunciato queste vili e diffamatorie affermazioni, ne prenda le distanze. Se non le ha pronunciate, lo neghi. Fino a quando questa questione non sarà chiarita, la mia decisione rimarrà invariata”.
Ennesimo “intralcio” nei rapporti diplomatici Israele-UE
Quella di oggi, insomma, è l’ennesima “pietra”, l’intralcio, che va a complicare il cammino delle relazioni diplomatiche tra Israele e Unione europea. Un percorso lastricato di prese di posizione forti, accuse reciproche, repliche, attacchi e offese, tanti piccoli “sassolini” che negli ultimi due anni hanno reso sempre più accidentato questo cammino.
Quello tra Israele e Unione europea è uno stretto intreccio di rapporti diplomatici, politici, economici, commerciali, militari, che finora hanno unito le due parti, avvicinandole e allontanandole di volta in volta, a livelli e con sensibilità diverse.
Le prese di distanza di Kallas dalle politiche di Israele, dal massacro di Gaza alle violenze dei coloni
All’interno di questa dialettica, è fuor di dubbio che Kaja Kallas, nel misurare la distanza dei rapporti delle istituzioni di Bruxelles con Israele, in qualità di rappresentante della politica estera dell’Unione (figura ibrida e non sufficientemente forte per poter essere definita il “ministro degli Esteri dell’Unione europea”, essendoci ben 27 ministri degli Esteri con cui interloquire e a rappresentare la diplomazia dei rispettivi Stati membri), non abbia mai mancato di sottolineare il proprio disappunto, la propria protesta e la personale lontananza da decisioni, condotte, politiche e singoli atti contrari al diritto internazionale, che calpestano i diritti umani e le più elementari libertà.
La guerra di Israele a Gaza, le violenze dei coloni in Cisgiordania, le aggressioni ad esponenti religiosi e gli atti di blasfemia a simboli cristiani, gli arresti e le detenzioni dei membri della Global Sumud Flotilla (con il recente episodio di carcerazioni, abusi e torture, avallate e celebrate dal ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir) hanno accumulato nel tempo una “massa critica” di questioni, di fratture, che in parte spiegano la rottura di oggi, al di là della singola dichiarazione di Kallas sull’apartheid che Israele attuerebbe (si intende, nei confronti della popolazione palestinese sotto la propria illegale giurisdizione, dalla Striscia di Gaza alla Cisgiordania).
Per questo, ad esempio, l’estate scorsa Kaja Kallas aveva definito “indifendibile” l’uccisione di persone in cerca di cibo a Gaza, proprio in una telefonata con il ministro Sa’ar. L’Alto rappresentante aveva poi chiesto a Israele, sempre l’estate scorsa, di consentire e non ostacolare l’arrivo degli aiuti umanitari alla popolazione affamata della Striscia.
Lunedì scorso, 15 giugno, l’Alto rappresentante ha dovuto registrare il nulla di fatto sulle sanzioni a Ben Gvir (per mancanza dell’unanimità necessaria), a fronte di un passo avanti per quanto riguarda il bando alle merci provenienti dalle colonie israeliane in Cisgiordania. Francia e Svezia da tempo hanno chiesto lo stop, per dare un segnale politico a Tel Aviv, dato che la sospensione dell’accordo di associazione tra Ue e Israele non è possibile, sempre per la logica dei veti. Poiché si tratta di una misura commerciale, sta però alla Commissione presentare una proposta pratica, non all’Alto rappresentante. E finora l’esecutivo di Bruxelles ha fatto melina.
Venerdì 12 giugno, al Forum di Parigi sulla soluzione dei due Stati, Kaja Kallas aveva annunciato lo stanziamento di “oltre 20 milioni di euro in finanziamenti aggiuntivi, per le iniziative di costruzione della pace a livello locale”, dopo gli “oltre 18 milioni di euro a sostegno delle organizzazioni della società civile”, finanziati lo scorso anno. “L’Ue ora collabora con 88 organizzazioni della società civile israeliane e palestinesi, che operano in prima linea nella costruzione della pace, promuovendo il dialogo, rafforzando la leadership femminile e sostenendo i media indipendenti” aveva indicato Kallas, evidenziando che “la società civile non è un elemento secondario nella diplomazia, ma è indispensabile per la costruzione della pace”.
A maggio, infine, in un dibattito al Parlamento europeo, l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune aveva ribadito che “le sanzioni ai coloni violenti non sono abbastanza, perché le violenze continuano. I ministri estremisti d’Israele non sono stati inclusi perché non c’era l’accordo tra i ministri (dell’Ue, ndr). Potrei mettere misure sul tavolo per sentirmi meglio, ma a cosa serve se poi non passano? Inoltre dobbiamo considerare che gli Usa sostengono Israele con tutto quello che hanno e questo va visto anche attraverso il prisma delle relazioni transatlantiche”.
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