“La latitanza di Matteo Messina Denaro è durata 30 anni e in questi 30 anni si sono succeduti soggetti e ambienti che lo hanno protetto”. Lo ha detto il Procuratore capo di Palermo Maurizio de Lucia intervenendo davanti alla Commissione nazionale antimafia. “L’indagine in questi anni, grazie anche alle intercettazioni, ha portato all’arrestato di 18 soggetti, alcuni dei quali condannati in via definitiva“, ha aggiunto. “Il filone relativo alle indagini su Matteo Messina denaro non riguarda soltanto chi ne ha protetto la latitanza. Questo soggetto è un mafioso della generazione successiva rispetto ai grandi capi dell’organizzazione mafiosa, che abbiamo studiato in precedenza. La generazione, per capirci, di Salvatore Riina e di Bernardo Provenzano e di tutti quei componenti della commissione provinciale di Cosa Nostra che al tempo sedevano e governavano l’organizzazione. Messina Denaro è, invece, la generazione dopo e questa generazione ha avuto un approccio, a parte il periodo stragista, molto evoluto nel trattare i rapporti che la stessa organizzazione mafiose ha con i mondi cosiddetti esterni rispetto all’organizzazione stessa“. Continua ancora il Procuratore capo di Palermo Maurizio de Lucia in audizione davanti alla Commissione nazionale antimafia, guidata da Chiara Colosimo.
“In particolare, la sua attenzione è andata all’accumulazione dei capitali e alla redistribuzione di questi capitali nel territorio e altrove. Abbiamo indagini in corso molto importanti su una quantità di denaro e di beni che è oggettivamente enorme- dice de Lucia – Una di queste indagini si è conclusa all’incirca due mesi fa con le individuazione di beni per circa 200 milioni, secondo una stima che non è la nostra, ma è quella della Guardia di Finanza”. “Abbiamo individuato beni riciclati da parte di un pezzo della famiglia mafiosa trapanese nella quale era coinvolto anche Matteo Messia Denaro“, dice ancora il procuratore.
Mafia, de Lucia: “ricerca all’estero dei soldi di Messina Denaro”
“Abbiamo individuato beni riciclati da parte di un pezzo della famiglia mafiosa trapanese nella quale era coinvolto anche Matteo Messia Denaro che percepiva il 10% degli affari di questa famiglia con investimenti in tutta Europa e in Libano. E’ stata molto positiva la collaborazione internazionale che abbiamo avuto, che ha coinvolto sette diversi stati e sette autorità giudiziarie che sono riuscite, contestualmente, nello stesso giorno dunque a operare ad arrestare le persone che noi abbiamo imputato dei diritti di riciclaggio e dintorni pertinenti a questo tipo di investigazioni, ma soprattutto operare i sequestri dei beni, sia beni immobiliari che una notevolissima quantità di denaro presso conti correnti presenti i conti correnti in Libano in a Monte Carlo e nel Lichstenstein“. Così il Procuratore capo di Palermo Maurizio de Lucia, durante l’audizione davanti alla Commissione nazionale antimafia.
“Ora naturalmente viene la parte forse più difficile di questa attività, cioè questi beni che sono stati individuati e sequestrati all’estero, almeno in una parte riuscire a riportarli in Italia, cosa che è molto complicata, ma non impossibile e sul quale una parte importante del mio ufficio sta lavorando– dice de Lucia – La ricerca dei soldi di Messina Denaro, che poi è la ricerca dei soldi di Cosa Nostra, prosegue anche su altri due importanti filoni che ci riconducono verso l’estero sono filoni molto attivi“. Ma su questo argomento il Procuratore ha chiesto la secretazione dell’audizione.
Mafia: audizione de Lucia in Commissione antimafia, la solidarietà di Provenzano (Pd)
Il deputato del Pd Giuseppe Provenzano, all’inizio dell’audizione del Procuratore capo di Palermo, Maurizio de Lucia, davanti alla Commissione nazionale antimafia, ha chiesto la parola alla presidente Chiara Colosimo, sostenndo che fosse “doveroso da parte della Commissione esprimere solidarieta’ al procuratore de Lucia a seguito dell’attacco del ministro della Giustizia“. Ma la Presidente ha risposto che “va seguito l’ordine dei lavori” e rinviando a un momento successivo gli interventi dei deputati.
Mafia, de Lucia: “l’ultimo grande latitante è Motisi, grande sforzo Polizia per catturarlo”
Negli ultimi anni sono stati accturati “tutti i grandi latitanti” di Cosa nostra ma “ne rimane uno su cui sono attivissime le ricerche“, che è Giovanni Motisi, “che non è un capo”. “E’ nostro impegno catturarlo e c’è un grande sforzo che la Polizia di Stato sta facendo“. Così il Procuratore capo di Palermo Maurizio de Lucia nell’audizione davanti alla Commissione antimafia.
Mafia, de Lucia: “traffico di droga in dialogo con ndrangheta e mafia albanese”
“Il traffico di droga per Cosa nostra avviene in maniera organizzata, con un dialogo con altre organizzazioni criminali come la ‘ndrangheta e la mafia albanese e con chi, dall’altra parte dell’Atlantico organizza il traffico“. Così il procuratore capo di Palermo Maurizio de Lucia davanti alla Commissione nazionale antimafia.
Carceri, de Lucia: “gli arrestati in poche ore vengono muniti di telefoni cellulari”
“Quando gli arrestati entrano all’interno delle carceri nel giro di poche ore vengono muniti di apparecchi di comunicazione con l’esterno, device che possono essere fino a qualche tempo fa microcellulari, che è intuibile come venivano Introdotti all’interno delle carceri, ma oggi sono smartphone e in misura molto consistente“. Lo ha detto il Procuratore capo di Palermo, Maurizio de Lucia, durante l’audizione davanti alla Commissione nazionale antimafia. “Io ho anche i dati della quantità di apparecchi telefonici che sono stati reperiti all’interno delle carceri ed è un dato assolutamente importante e ho un altro dato che riguarda i luoghi dove stanno stati detenuti e rinvenuti questi telefoni- aggiunge il magistrato- perché non è una situazione che riguarda soltanto le carceri siciliane, tutte le carceri siciliane, ma riguarda, per quello che sono i dati delle indagini del mio ufficio, carceri disseminati in tutto il territorio nazionale“.
“Io rappresento una delle 26 procure distrettuali, poi ci sono le altre 25. Non ho nessun dubbio sul fatto che anche i colleghi degli altri uffici abbiano rinvenuto telefoni cellulari all’interno delle carceri – sottolinea de Lucia -A questo proposito, voglio dire che quando noi investighiamo all’interno delle carceri lo facciamo con le polizie giudiziarie che sono delegate alle investigazioni, ma lo facciamo soprattutto con la polizia penitenziaria perché io sono magistrato da 36 anni da 36 anni io conosco il lavoro che fanno donne e uomini della polizia penitenziaria in tutta Italia. Conosco le loro difficoltà, i pericoli e i rischi che queste donne e questi uomini si assumono in ogni momento della loro vita, perché quello che fanno all’interno delle carceri poi ha una ricaduta anche sull’esterno delle carceri, perché naturalmente i soggetti pericolosi che sono all’interno del carcere sanno con chi hanno a che fare e quindi c’è anche un problema di sicurezza di queste persone”.
“Però il primo servizio di polizia giudiziaria al quale noi diamo fiducia per questo tipo di attività è proprio quello della polizia penitenziaria- dice – rispetto al quale io in ogni momento ho sempre riconosciuto il loro sacrificio e in ogni momento ho reso loro onore. Questo ci tengo a dirlo perché se c’è un corpo rispetto al quale fa il mio rispetto per la verità va a tutti i corpi armati dello Stato, anche per la Polizia penitenziaria’”.
Mafia, de Lucia: “boss continuano a comandare dalle carceri, fondamentale isolamento al 41 bis”
“La possibilità che è data a questi soggetti di continuare sostanzialmente a comandare dall’interno delle carceri è un tema estremamente problematico, perché noi abbiamo fatto una cosa importante, nei 30 e passa anni dalle stragi, che è stata l’applicazione e un regime molto efficiente di isolamento dei capi riconosciuti delle organizzazioni mafiose, attraverso il 41 bis dell’ordinamento penitenziario. Questo strumento si è rivelato di grandissima utilità e conseguente alla strategia generale, che è stata posta in essere, alla cattura di latitanti deve conseguire l’isolamento dei latitanti degli ex latitanti ora detenuti, quindi dei capi“. E’ la denuncia del Procuratore capo di Palermo Maurizio de Lucia nell’audizione davanti alla Commissione nazionale antimafia. “E quindi, pur con alcune criticità che dipendono dal numero ragionevolmente alto dei soggetti sottoposti a regime di 41 bis, questo strumento certamente è uno strumento che si è rivelato uno strumento efficiente“, dice.
“Poi se ne può discutere in termini di riduzione del numero dei soggetti sottoposti, perché naturalmente è un principio economico: se aumenta il numero di quelli che io sottopongo al 41 bis diminuisce la qualità del regime. Ma questo è un problema che involge la responsabilità soprattutto delle direzioni distrettuali antimafia che, soprattutto in termini di proroga dei soggetti sottoposti al regime, probabilmente dovrebbero essere più rigorose“.
“E comunque tutto questo va fatto in rapporto in dialogo con le strutture del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del Ministero della giustizia- aggiunge de Lucia- Il vero problema sta nella fascia di soggetti mafiosi che entrano in carcere senza la qualità di capo dell’organizzazione mafiosa. Perché questi soggetti sono destinati al regime cosiddetto dell’alta sicurezza, o come è accaduto recentissimamente, sono sottoposti al al livello della cosiddetta media sicurezza“, spiega il magistrato.
“Questi sono i soggetti che appunto appena entrano in carcere vengono dotati di apparecchi telefonici – dice – E questi apparecchi telefonici consentono sostanzialmente alla mafia di continuare a fare all’interno delle carceri quello che faceva prima fuori dalle carceri. È stato molto importante mettere in isolamento i capi con regime del 41 bis, perché gli si è impedito di continuare a comandare. Il problema è che oggi attraverso le nuove tecnologie, gli altri sono in grado di prenderne il posto, di crescere all’interno del carcere e di continuare a gestire i traffici con quelli che stanno fuori. Questo è un problema strutturale, oramai, ed è un problema che in qualche misura va risolto, perché per come è adesso comporta due conseguenze dal nostro punto di vista: la prima conseguenza è che noi li mettiamo in custodia cautelare, ma in realtà cauteliamo molto poco se dal carcere continuano a fare quello che facevano fuori dal carcere”.
“La seconda conseguenza è che indebolisce la credibilità dello Stato rispetto ai soggetti ai quali noi chiediamo collaborazione, in particolare alle vittime dei fenomeni estorsivi che l’organizzazione mafiosa pone in essere”, conclude de Lucia.
Mafia, de Lucia: “chiedo a vittima racket di denunciare ma se poi estorsori continuano a dare ordini dal carcere?”
“La mia posizione era molto critica nei confronti dei commercianti vittime dei fenomeni estorsivi, perché la legislazione dello Stato a loro tutela è una legislazione efficace ed efficiente che quindi è in grado di proteggerli, ragion per cui io auspicavo anche in maniera forte la denuncia da parte loro. Però, quando poi si apprende che quelli denunciati, una volta detenuti, vanno in carcere e dal carcere ti ordinano le attività di danneggiamento che avrebbero potuto ordinare prima dall’esterno, la risposta delle vittime è ‘Ma a che gioco giochiamo?’, cioè con che faccia, perché il procuratore di Palermo ti chiede di denunciare soggetti che poi dal carcere porranno in essere le stesse condotte che ponevano fuori dal carcere“. Così il Procuratore di Palermo Maurizio de Lucia durante l’audizione in Antimafia. “È chiaro che a questo punto viene difficile spiegare a queste persone l’importanza della denuncia e l’utilità della denuncia, perché è vera una parte del nostro sistema antiracket e cioè la parte devo dire più virtuosa dal punto di vista civile, la capacità dello Stato di ripristinare le attività commerciali danneggiate a fronte della denuncia, ma è meno vera quella per cui gli autori verranno puniti tempestivamente, anche questo possiamo dire che è vero, ma non non interromperanno le attività criminali che ponevano in essere. Perché appunto dal carcere questo tipo di attività viene posta in essere. Non sono soltanto fenomeni episodici, questo è l’altro problema sono fenomeni oramai strutturali e sono fenomeni che ci consentono di comprendere come sta cambiando la strategia di cosa nostra sul territorio”.
Mafia, l’allarme di de Lucia: “boss tentano di acquistare droni lanciamine e strumenti sofisiticati”
“E’ piuttosto inquietante osservare come abbiamo tracce dell’uso di K47 e abbiamo rinvenuto anche ordigni esplosivi ad alto potenziale, come ci dicono i carabinieri che li hanno rinvenuti. Tutti provenienti dall’area del Salento, ma ragionevolmente di importazione dall’area balcanica, perché sono ancora prodotti della guerra nella ex Jugoslavia, della fine degli anni 90. I collaboratori di giustizia però ci dicono di interessi verso armamenti molto più sofisticati che si stanno cercando di reperire sui nuovi mercati, quali ovviamente il conflitto russo ucraino che genera armi di nuova tecnologia. Anche Cosa Nostra è interessata e in particolare noi abbiamo segnale del tentativo di acquisto di droni lanciamine che sono strumenti estremamente sofisticati rispetto ai quali noi non siamo in questo momento preparati a difenderci”. E’ l’allarme lanciato dal Procuratore capo di Palermo, Maurizio de Lucia in audizione davanti alla Commissione nazionale antimafia. “Noi sappiamo qual è l’uso che queste organizzazioni vogliono fare, però un altro dei segnali della vitalità di Cosa Nostra sta nel tentativo di ricostruire un arsenale di particolare qualità, cioè non più armi ordinarie che, peraltro, noi reperiamo giornalmente nel territorio del distretto di Palermo, ma armi da guerra e materiale esplosivo di elevata qualità“, dice il magistrato.
“Ecco tutto questo noi lo individuiamo tanto nel territorio del circondario di Palermo, quanto in altri territori, perché noi ci rendiamo conto naturalmente che quando spara un Kalashnikov a Palermo l’attenzione mediatica sale di molto e devo dire purtroppo anche il ricordo di episodi del passato che ritornano alla mente, ma in realtà noi abbiamo altre parti del territorio del nostro distretto, dove l’uso del Kalashnikov è ordinario potremmo dire e questo viene in particolare nel territorio di Agrigento. Ad Agrigento da quando io sono arrivato a Palermo, e ormai sono quattro anni, l’uso di armi da guerra in particolare del Kalashnikov è abituale per intimidire i commercianti, quindi noi repertiamo una grande quantità di di bossoli di questo tipo di armi”.
Mafia, de Lucia: “oggi struttura di vertice non esiste ma c’è dialogo tra mandamenti”
“Oggi la struttura di vertice non esiste, ma c’è una capacità di colloquiare con i mandamenti sul territorio ed è estremamente pericolosa. Il dialogo tra mandamenti è intenso e coinvolge non solo Palermo, ma anche il territorio di Agrigento. Cosa nostra dal punto di vista orizzontale continua a funzionare e lo fa in maniera estremamente organizzata per mettere a frutto i suoi affari secondo una strategia ben definita: pensano di tornare forti con i meccanismi tradizionali, cioè attraverso il loro esercito e quindi attraverso i denari che servono a finanziarlo e che provengono in primis dal traffico di stupefacenti“. Cos’ il Procuratore capo di Palermo Maurizio de Lucia in audizione davanti alla Commissione nazionale antimafia.
“Quest’ultimo avviene in maniera non episodica ma organizzata, attraverso un dialogo che riguarda sia altre organizzazioni criminali come la ‘ndrangheta e la mafia libanese sia chi dall’altra parte dell’Atlantico organizza l’esportazione degli stupefacenti: Cosa nostra è stata leader di questi traffici dagli anni ’50 ai primi anni ’90, poi si è ‘distratta’ nell’attacco allo Stato rappresentato dalle stragi e questo ha fatto sì che sia subentrata la ‘Ndrangheta; tuttavia la domanda di stupefacenti in Italia è molto sostenuta e il mercato in Sicilia lo gestisce Cosa nostra, con un ‘brand’ riconosciuto dai grandi cartelli sudamericani che hanno grande facilità nel riprendere il dialogo con l’organizzazione mafiosa“, aggiunge.
Mafia, de Lucia: “sistema carcerario non funziona, apportare correttivi al 41 bis, trovati 297 cellulari”
“Se noi consentiamo ai mafiosi di continuare dal carcere a fare i mafiosi anche l’attività delle forze di polizia, le misure cautelari, i processi che noi facciamo non hanno il risultato che invece dovremmo avere e il sistema del 41 bis funziona con dei correttivi che vi si possono apportare, ma il problema è che funzionerebbe meglio se funzionassero bene i due livelli dell’alta e della media sicurezza, perché questo consentirebbe ad esempio di non richiedere il regime del 41 bis per soggetti che probabilmente non hanno il carisma e la capacità di governo che hanno i veri capi delle organizzazioni mafiose, ma rispetto ai quali per impedirgli appunto che telefonicamente ordini o attentati in giro per le città. Il sistema non funziona“. E’ la denuncia del Procuratore capo di Palermo Maurizio de Lucia davanti alla Commissione nazionale antimafia. “Qui nessuno fa polemiche nei confronti di nessuno, però io ho una serie di fatti, fatti peraltro su quelli che ho investigato, perché io i fatti non mi limito a denunciarli io prima raccolgo perché sono notizie di reato poi li processo – dice – poi però, ho anche un dovere di rappresentare che non si tratta di fare singoli processetti per il singolo telefono trovato in carcere, ma si tratta di rappresentare in spirito collaborazione con tutte le istituzioni della Repubblica, che questo è un problema e a questo problema in qualche modo dobbiamo mettere mano”.
“A proposito dei droni sul solo carcere di Pagliarelli e di Ucciardone, i due carceri di Palermo, nel 2025 e metà 2026 noi abbiamo rinvenuto, perché sarebbero dovuti entrare con un drone, 26 telefoni nel 25 nel carcere di Pagliarelli 129 telefoni nel 25 nel carcere Ucciardone e 47 nell’ultimo semestre, sempre nel carcere Ucciardone. Questi sono i droni che hanno fallito in qualche modo l’atterraggio del telefono- dice – evidentemente ce ne sono molti altri che invece non falliscono. Tant’è che poi la somma complessiva dei telefoni che noi abbiamo ritrovato all’interno delle case circondariali della Sicilia sono questi: soltanto per Palermo parliamo di 297 apparecchi. Nel 2025 e metà 2026 ma ripeto questo è un dato di quelli che abbiamo trovato perché poi ci sono quelli che non abbiamo trovato e poi ci sono quelli che si trovano in tutte le altre carceri della Sicilia e dell’Italia, quindi è un fenomeno evidentemente che non si può più governare in questo modo”.
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Ilaria Calabrò
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